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«Fondi al muro o salta il governo»

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«Fondi al muro o salta il governo»

  • –Marco Valsania

new york

«Credo che nessuno sia interessato a una paralisi del governo». A parlare è Paul Ryan, lo speaker repubblicano della Camera, durante un discorso ieri davanti a lavoratori della Intel in Oregon. Ma qualcuno è invece interessato ad un “government shutdown”, ed è il presidente altrettanto repubblicano Donald Trump.

Trump lo ha esplicitamente minacciato per far passare una delle sue priorità oggi in forse: 1,6 miliardi di dollari nel prossimo budget per costruire senza altri indugi un Muro al confine con il Messico, la grande promessa anti-immigrazione. «Costruiremo quel muro, anche se dovessimo chiudere il governo», ha tuonato durante un rally dai toni elettorali martedì notte a Phoenix, in Arizona, che ha scatenato proteste nella città.

Lo shutdown potrebbe complicare anche la assai più delicata partita sul necessario aumento, sempre a settembre, del tetto sull’indebitamento federale e quindi su potenzali rischi di default. I repubblicani avevano immaginato di agganciare la proposta sul debito proprio ai piani sul budget. Ieri Trump, in un ulteriore attacco, ha twittato che la situazione del “debt ceiling” è un «grande pasticcio» per colpa dei leader del suo partito che non hanno inserito l’innalzamento del tetto sul debito in una popolare legge sull’assistenza ai veterani.

Il Congresso americano riprenderà i lavori agli inizi di settembre e ha tempo fino al primo ottobre per rifinanziare le attività dell’amministrazione federale, fino a quando cioè comincia il nuovo anno fiscale. L’idea dei vertici parlamentari repubblicani è, come spesso accade, di varare stanziamenti temporanei (una cosiddetta “continuing resolution”) per dare tempo a discussioni e compromessi sul budget annuale. «Non ritengo che uno shutdown sia necessario e penso che la maggior parte della gente lo voglia evitare, noi compresi», ha ammonito Ryan.

Ma l’uscita di Trump minaccia di gettare all’aria quel disegno. E di sollevare lo spettro senza precedenti di un partito che arriva al government shutdown, alla paralisi delle operazioni normali e considerate non essenziali, nonostante abbia il controllo di entrambi i rami del Congresso e della Casa Bianca. Il muro con il Messico è infatti impopolare anche tra molti esponenti repubblicani - soprattutto nel più moderato Senato - oltre ad essere avversato dall’intera opposizione democratica. «Avremo bisogno di più tempo soprattutto al Senato», ha dichiarato Ryan.

L’insistenza di Trump, che aveva già accettato suo malgrado un rinvio dei fondi per il progetto nell’anno in corso, potrebbe aprire una nuova crisi di difficile soluzione tra gli stessi repubblicani. Il presidente ha di recente dimostrato di essere pronto ad attaccare esponenti del suo stesso partito che considera sleali: ha criticato pesantemente il leader del Senato Mitch McConnell, accusandolo di essere responsabile del fallimento sulla riforma sanitaria. I due, secondo il New York Times, ormai non si parlano da settimane. Trump ha anche ripetutamente attaccato i due senatori dell’Arizona, Jeff Flake e John McCain, come troppo deboli sull’immigrazione.

La prospettiva di uno shutdown viene vista con particolare timore dai leader del partito di maggioranza, che prevedono in quel caso ripercussioni nell’opinione pubblica ben al di là dei fautori del muro a ogni costo. In passato scelte dure di paralisi del governo per battaglie sul budget sotto la presidenza democratica di Barack Obama si sono ritorte contro i conservatori: uno shutdwon delle attività federali di routine avvenne tra il primo e il 16 ottobre del 2016.

Un’ipotesi di compromesso non è esclusa: fondi non per il muro ma per generali miglioramenti della sicurezza ai confini.

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