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Wall Street preme per la deregulation finanziaria

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Wall Street preme per la deregulation finanziaria

Il messaggio è rimbalzato da Jackson Hole, che ospita il Simposio della Federal Reserve, fin nel cuore di Manhattan, a Wall Street. Le grandi banche centrali, a cominciare dalla Fed, intimano di procedere con i piedi di piombo quando si tratta di rivedere le riforme post-crisi varate per scongiurare il suo ripetersi, o almeno ricadute altrettanto devastanti. Riforme che hanno nella legislazione Dodd-Frank il loro pilastro. Wall Street oggi tace, ma la sua risposta è già stata consegnata: i grandi nomi della finanza chiedono con insistenza - e ingenti attività di lobbying - alleggerimenti della regolamentazione. Una campagna che trova ascolto nell’Amministrazione americana e, almeno in parte, anche al Congresso e che promette di procedere con atti esecutivi oltre che con proposte di legge.

La crociata dell’alta finanza, esplicita o meno, coinvolge marchi che vanno da JPMorgan a Goldman Sachs. Giustificata dalle cifre in gioco: i venti della deregulation, ha stimato Bloomberg, se avranno davvero successo potrebbero portare nei bilanci annuali delle sei maggiori banche Usa 27 miliardi di profitti, un aumento medio del 20% (dal 22% per JPMorgan e Morgan Stanley al 16% di Goldman). Il più aggressivo, forse non a caso, è stato così l’amministratore delegato di JPMorgan Jamie Dimon: nelle ultime settimane ha invitato i politici a «fare la cosa giusta», che a suo avviso è allentare le redini per favorire il flusso di credito all’economia e alle aziende - una tesi che Janet Yellen, dal Wyoming, si è sforzata di confutare. «Nessuna delle grandi banche vuole eliminare Dodd-Frank - ha affermato Dimon - Nessuno vuole tornare a vecchi bei tempi o anche solo a pratiche quali il trading proprietario. In gioco è ricalibrare le riforme che non hanno funzionato». Per Goldman un “nemico” particolare è la Volcker rule che di fatto vieta il trading proprietario, definita dal ceo Lloyd Blankfein come «molto onerosa».

Yellen ha lasciato uno spiraglio aperto a «correzioni», soprattutto a vantaggio di piccole banche e imprese. È quindi possibile che nei prossimi mesi la discussione evolva verso compromessi, accettabili sia da repubblicani sia dall’opposizione democratica e dai regulators più prudenti. Alla Commissione bancaria del Senato, per esempio, sono stati messi a fuoco ammorbidimenti bipartisan per istituti minori e locali.

Ma la partita oggi è molto tesa e potrebbe a conti fatti riguardare ben di più: a giugno la Camera a maggioranza repubblicana ha approvato una legislazione che rivoluzionerebbe la Dodd-Frank, cancellando la Volcker rule, offrendo supervisione ridotta compresi meno e più agevoli stress test, abbassando i requisiti di capitale, ridimensionando drasticamente i poteri del Bureau per la protezione finanziaria dei consumatori. Con il consenso dell’Amministrazione: il Tesoro, dopo che Trump aveva già ripetutamente definito Dodd-Frank alla stregua di «un disastro» da «smantellare», ha presentato in quegli stessi giorni simili linee guida in 150 pagine. Il progetto parlamentare, battezzato Financial Choice Act, appare destinato ad arenarsi in Senato, dove le opinioni sono più moderate. Gli sforzi a favore di nuove svolte sono tuttavia in atto. Ai piani più ambiziosi si accompagnano le nomine su poltrone chiave da parte dell’Amministrazione, che vanno nella direzione di fautori della deregulation: da Randal Quarles per il board della Fed ai nuovi responsabili di autorità mobiliari e bancarie quali Sec e Fdic. E le voci dentro il governo di esponenti con un passato a Wall Street, per la precisione a Goldman Sachs, sono forti: dal Segretario al Tesoro Steve Mnuchin al capoconsigliere economico - e candidato alla successione alla presidenza della Fed - Gary Cohn.

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