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Il patto di Jackson Hole alla prova dei populismi

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Il patto di Jackson Hole alla prova dei populismi

  • –Marco Valsania

JACKSON HOLE

Mission impossible per le banche centrali. Non la pur intrattabile diseguaglianza, le ansie di suggerire politiche e stimoli fiscali sostenibili o quelle di calibrare politiche monetarie “gradualistiche” in grado di migliorare e diffondere la crescita. La missione impossibile lanciata dal Simposio della Federal Reserve quest’anno è tutta nelle prospettive - ancora più urgenti - del nuovo “asse” di valori e priorità multilaterali delineato tra i vertici della Banca centrale americana e europea.

È resa “impossibile” dalla corsa contro il tempo per Janet Yellen, che fra pochi mesi potrebbe non essere riconfermata alla guida della Fed. E, archiviata ieri la conferenza e i suoi propositi, dal ritorno alla ribalta delle sempre più agguerrite forze di chiusura e protezionismo, che hanno incrinato o minacciano di mettere in discussione libero scambio come regulation finanziaria, il ruolo di istituzioni collettive quali lA Wto e di forum quali Basilea 3. Forze che, temono molti banchieri e economisti ripartiti ieri dal Simposio, trovano oggi più che mai una pericolosa sponda nell’Amministrazione di Donald Trump.

Preoccupazione, a Jackson Hole, trapela nelle parole di Alan Blinder, docente alla Princeton University e in passato vice presidente della banca centrale. «Trump vorrebbe deregolamentare tutto e Yellen gli ha fatto sapere esplicitamente che non è d’accordo - accusa - Ma temo quel che può accadere su più fronti economici, tra decisioni, proposte e nomine dell’Amministrazione». Simile denuncia scatta, informalmente, da influenti banchieri centrali europei. Uno di loro vede in atto sia il “roll-back” di norme e supervisioni negli Stati Uniti sia un’aggressiva e generalizzata resistenza della Casa Bianca ad accettare consessi e quadri internazionali ai quali la passata Amministrazione di Barack Obama aveva invece lavorato e contribuito.

C’è chi è meno enfatico nel delineare il patto non scritto suggellato tra Yellen e Draghi. Chi preferisce parlare di “convergenza”, “sintonia”, “complementarità” di posizioni e interventi. Concordano però che nel parlare e difendere approcci multilaterali e regolamentazione bancaria (accento della Yellen sulla seconda, di Draghi sul primo), non hanno scelto un tema facile, per evitare discussioni acrimoniose - che pur ci sono - sulle incerte e ravvicinate scelte di politica monetaria e sul passo della sua normalizzazione. Hanno piuttosto affrontato una preoccupazione scottante e con vaste ramificazioni, quella della stabilità del sistema finanziario ed economico e delle sue regole; della cooperazione indispensabile proprio per solidificare la crescita e scacciare gli spettri di future, gravi crisi. Che oggi possono apparire lontane, con l’economia globale meglio sincronizzata sull’espansione, ma che Yellen ha ricordato essere sempre in agguato. È una cooperazione, quella invocata, che non può né deve essere appannaggio solo delle banche centrali. Che passa per i sistemi di regolamentazione e si spinge ben oltre, al commercio e in generale, come ha sottolineato Draghi nel suo intervento, all’“apertura” delle economie. Che cerca “protezioni” in risposta a squilibri e sperequazioni - correttivi necessari - contro i “protezionismi”, letali per l’innovazione e la produttività e in ultima analisi per il futuro dell’espansione e per la società.

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