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Harvey e Kim: per Trump una tempesta perfetta

L'Analisi|le sfide

Harvey e Kim: per Trump una tempesta perfetta

Il pellegrinaggio di migliaia di sfollati nello stadio Astrodome di Houston riporta alla memoria l’esodo degli scampati a Katrina. A migliaia di chilometri di distanza, un missile balistico nordcoreano vola sopra il Giappone, portando con sé nientemeno che lo spettro di un conflitto nucleare. Una “tempesta perfetta” di crisi interne e internazionali si abbatte su Donald Trump. Crisi oggettive, questa volta, non auto-inflitte dalla stessa Casa Bianca. E che ne mettono alla prova non la retorica ma la sostanza. Non i tweet su «fuoco e fiamme» a Pyongyang e le veloci visite in Texas dopo dichiarazioni iniziali parse a metà celebrare i soccorsi e a metà la potenza dell’uragano. Crisi che molto diranno sul futuro della sua presidenza.

La partita più inquietante è aperta sulla penisola coreana. Dove possono emergere tutti i limiti di una leadership finora parsa erratica e semmai delegata ai generali: non perché guerrafondai, anzi proprio perché loro stessi affermano che la diplomazia ha la precedenza. Trump ha però finora coltivato tensioni con gli alleati, dal commercio al clima, nazionalismo unilaterale anziché fiducia nel multilateralismo, che hanno indebolito la sua credibilità. E resta da chiarire la sua strategia sulla Cina, pedina importante per disinnescare le minacce di Pyongyang: se una risoluzione americana all’Onu su sanzioni alla Corea del Nord è stata approvata con l’appoggio di Pechino, Trump ha fatto anche scattare minacce di ritorsioni dalla proprietà intellettuale all’acciaio. Mentre le promesse di scatenare l’inferno contro Pyongyang hanno solo innervosito sull’incompetenza dell’amministrazione
davanti alla carenza di opzioni belliche concrete.

Le immagini da Houston appartengono a una tragedia meno globale e apocalittica ma dal costo sicuramente alto e che può rapidamente presentare a sua volta un caro conto politico. Ancora Katrina aiuta a capire: nel 2005 il presidente George W. Bush inneggiò all’efficacia di preparativi e aiuti per poi trovarsi invece travolto da errori e scandali sulla loro inadeguatezza - allora al cospetto di un terribile “prezzo” di duemila vite umane. Fu uno dei grandi punti di svolta, negativi, della sua amministrazione. L’uragano Harvey non è ancora - e probabilmente non sarà - la Katrina del 2016. Ma per Trump la leadership interna è già in discussione: governa da presidente gradito solo a un terzo del Paese, incapace finora di raggiungere opposizione democratica, minoranze etniche, indipendenti e anche parte del partito repubblicano. La risposta all’uragano gli dà una nuova, grande opportunità di superare le divisioni. La capacità di gestione e il carattere che dimostrerà davanti alle inondazioni di Harvey e all’emergenza che seguirà potrebbero avere ripercussioni anche sulle sfide interne che incombono: a fine settembre le scadenze di budget e tetto al debito, dove finora Trump ha minacciato di salire sulle barricate - chiusura del governo e rischi di default - qualora non ottenesse dal Congresso quanto vuole, tra cui un muro anti-immigrati ai confini con il Messico. La necessità di assistenza e ricostruzione dopo Harvey ha appena alzato, di molto, la posta.

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