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Tokyo, il diplomatico: «Corea del Nord, non sarà guerra…

La tension e in estremo oriente

Tokyo, il diplomatico: «Corea del Nord, non sarà guerra aperta»

TOKYO - Si va incontro a uno “stand-off ostile” prolungato e pericoloso tra la Corea del Nord e l’alleanza Usa-Giappone, che difficilmente sfocerà in guerra aperta in quanto le capacità nucleari acquisite da Pyongyang sono ormai un duro dato di fatto; al tempo stesso, il missile nordcoreano lanciato sopra il Giappone faciliterà i piani del premier Shinzo Abe in direzione di un rafforzamento del dispositivo militare nipponico e, in prospettiva, di un cambiamento della Costituzione ultrapacifista del Paese. Usa e Giappone, inoltre, moltiplicheranno le pressioni su Seul perché non abbia un atteggiamento troppo passivo.

Sono queste le opinioni del decano degli esperti stranieri di politica internazionale in Giappone, Gregory Clark, che dagli anni 70 risiede a Tokyo - con numerosi incarichi accademici e da scrittore ed opinionista prolifico - dopo aver abbandonato la carriera diplomatica australiana per la sua opposizione alla guerra in Vietnam. Clark, da ottantenne e passa, ne ha viste tante: tra l'altro, era a Mosca ai tempi della crisi dei missili a Cuba. E tende a inquadrare i problemi dell'oggi in una prospettiva storica: «Il nucleare cambia tutti i parametri: attaccare un avversario dotato dell’atomica diventa troppo pericoloso – afferma –. Come tra India e Pakistan, c’è sempre grande ostilità ma anche i falchi dell’una e dell’altra parte sono costretti a pensarci bene prima di scatenare un conflitto». Le minacce di “fuoco e furia” elevate da Donald Trump gli sembrano dettate da inesperienza politica e gli ricordano quelle analoghe degli Usa quando, nel 1964, la Cina effettuò i primi test nucleari: «Anche allora si fece un gran rumore. Ma alla fine Washington dovette riconoscere che poteva far perdere alla Cina anche metà della sua popolazione ma in sostanza perdere la guerra».

Ventilare una guerra preventiva appare anche controproducente, visto che la leadership nordcoreana punta anzitutto sulla propria sopravvivenza contro ogni tentativo di “regime change” su cui è sospettosissima: «I nordcoreani citano spesso l’esempio della Libia, che si era fidata delle promesse dell’Occidente nel rinunciare a sviluppare armi di distruzione di massa. Si sa poi come è finita».

Per Clark, dunque, Kim, al pari di suo padre, si muove a suo modo in maniera razionale e comprensibile, con l'obiettivo ultimo di normalizzare i rapporti con gli Usa. Se si è arrivati alla situazione odierna, a suo parere, «molte colpe le hanno i falchi a Washington e a Tokyo, che non hanno colto le occasioni per normalizzare le relazioni. Proprio Abe, nel 2004, da capo di gabinetto, fu il maggiore oppositore di questa prospettiva, che sembrava allora raggiungibile».

È verosimile che il Giappone stanzi più risorse per la Difesa, in particolare per i sistemi antimissilistici e le operazioni congiunte, ma resta problematica l'aspirazione diffusa nell’attuale esecutivo di acquisire capacità specificamente offensive in grado di colpire preventivamente basi avversarie sul continente. «Ad ogni modo, per ora Abe si concentra nel promuovere un upgrading delle forze convenzionali – conclude Clark -. Per un futuro ancora non ravvicinato, cresceranno le pressioni interne perché anche Tokyo si doti dell’arma atomica».

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