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Kirkuk dice sì al referendum sull’indipendenza del Kurdistan

il prossimo terremoto geopolitico

Kirkuk dice sì al referendum sull’indipendenza del Kurdistan

Kirkuk, manifestanti a favore del referendum (Reuters)
Kirkuk, manifestanti a favore del referendum (Reuters)

Quante volte è accaduto di vedere Stati Uniti, Russia, Iran, Turchia e Siria tutti d’accordo su una complessa questione geopolitica? Forse mai. Eppure questi regimi e democrazie, in diversi casi rivali, stanno impiegando ogni sforzo - percorrendo ciascuno la sua strada - per arrivare allo stesso risultato: impedire che nella regione semi autonoma del Kurdistan iracheno il prossimo 25 settembre si svolga il referendum sull’indipendenza.

Finora, tuttavia, gli sforzi sono stati vani. Il governo del Kurdistan iracheno (Krg) è quanto mai determinato. L’esito del voto, peraltro, è scontato. Fra tre settimane il Medio Oriente rischia così di trovarsi impotente davanti ad un terremoto geopolitico dalle conseguenze imprevedibili. È la prima grande crisi aperta dal dopo Isis.

Kirkuk, la città ricca di petrolio, si unirà al voto
Fosse poi solo il Kurdistan iracheno, una regione di fatto autonoma che somiglia più a uno Stato sovrano, con il suo esercito - gli agguerriti peshmerga - le sue istituzioni e la sua capitale, Erbil. Il problema è che il consiglio provinciale di Kirkuk, città multietnica in teoria irachena dove accanto ai curdi convivono assiri, arabi sunniti e turcomanni, ha ufficialmente annunciato ieri che parteciperà al referendum sull'autodeterminazione del Kurdistan. Kirkuk è il nodo da sciogliere. Nessuno vuole rassegnarsi e cederla alle etnie o alle confessioni rivali. La ragione è sempre la stessa: il petrolio. Nel sottosuolo di Kirkuk si nasconde il 15% delle riserve dell'Iraq. Ma ai tempi di Saddam Hussein dai suoi giacimenti sgorgava il 40% della produzione nazionale. Petrolio a basso costo, quasi in superficie.

Baghdad ha sempre detto no all’indipendenza del Kurdistan in queste modalità. Ancora meno all’annessione di Kirkuk. Il governo centrale di Baghdad vuole essere il solo a gestire le ricchissime rendite petrolifere del Paese per poi redistribuirle ai budget delle varie province del Paese.

Da tre anni, tuttavia, la situazione è radicalmente cambiata. Quando, nel giugno del 2014, l’esercito iracheno si squagliò come neve al sole davanti all’offensiva dell’Isis, fuggendo da Kirkuk, i peshmerga curdi inviarono rinforzi per salvare la città. Da allora tutta Kirkuk è in mano ai curdi. Ed è improbabile che la cedano. A meno di contro partite molto dolorose. Ma il risentimento degli arabi sunniti che vivono in città rischia di esplodere.

Perché Turchia e Iran temono il referendum
Mancano solo tre settimane e la strada per il referendum sembra segnata. Turchia e Iran hanno più volte espresso la loro contrarietà al Krg. Temono, soprattutto la Turchia, che la creazione di un Kurdistan iracheno indipendente possa riaccendere l’irredentismo dei movimenti curdi in Turchia (Ankara definisce il Pkk movimento terroristico) e in Iran , spingendoli a chiedere di includere le province dove vivono nel nuovo Stato kurdo.

Un’idea che il premier turco Recep Tayyip Erdogan vede con il fumo negli occhi. E che Teheran non gradisce, anche perché necessita di quel corridoio che, attraverso il Kurdistan e poi la Siria, lo mette in contatto con i suoi alleati sciiti libanesi, gli Hezbollah, e gli consente di avere uno sbocco sul Mediterraneo.

Ma anche russi e americani sono estremamente preoccupati. Uno stato Kurdo aprirebbe la via alla spartizione del Paese, accedendo rivalità multi-confessionali ed interetniche. I sunniti iracheni, già emarginati dal governo sciita di Baghdad, insorgerebbero. Alcune compagnie petrolifere straniere potrebbero andare incontro a seri problemi se alla fine si dovessero trovare con i piedi in due scarpe: nel possibile nuovo Kurdistan e in Iraq, due realtà che potrebbero trovarsi tecnicamente in stato di guerra.

La guerra del petrolio tra Erbil e Baghdad
Baghdad ed Erbil sono ormai coinquilini che non si parlano più. Erbil da tempo esporta autonomamente il suo greggio attraverso la Turchia (anche se di recente l’oleodotto che usa è fermo). Baghdad, irritata, ha interrotto il finanziamento del budget del Kurdistan iracheno (il 17% di quello federale), l’anno scorso in rosso per 18 miliardi di dollari. Ma c'è di più. Erbil vorrebbe ora vendere anche il petrolio di Kirkuk, la città contesa con i suoi ricchissimi giacimenti. E questo aggiungerà benzina al fuoco, alimentando quell'incendio mediorientale le cui fiamme divampano ormai da troppo tempo.

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