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Se Parigi vuole imitare il modello tedescodi Attilio Geroni

L'Analisi|codice del lavoro

Se Parigi vuole imitare il modello tedescodi Attilio Geroni

Il codice del lavoro francese è un tomo di 3.324 pagine. Da ieri, con la presentazione dei cinque decreti delegati, il volumone ha preso una discreta botta di vecchiaia. Il presidente Emmanuel Macron ha voluto riscrivere le relazioni industriali del suo Paese ispirandosi al modello tedesco. Un’ispirazione parziale e concettuale, beninteso, ma comunque importante: come in Germania, la contrattazione salariale sposta il proprio baricentro da quello collettivo, di categoria, a quello aziendale. Nel magnificare i successi economici dell’economia tedesca – e anche le sue attuali disfunzioni - ci si sofferma spesso solo su Agenda 2010, la riforma del welfare introdotta tra il 2003 e il 2005 dal cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder e che come tale contemplò una liberalizzazione del mercato del lavoro conosciuta con il nome del suo autore, Peter Hartz, ai tempi direttore delle risorse umane del gruppo Volkswagen.

In realtà la riforma vera sulla flessibilità arrivò, per così dire, “dal basso”. Le varie misure di Hartz si occuparono infatti di rendere più efficienti gli uffici del lavoro, trasformati in vere e proprie agenzie di collocamento in competizione con il settore privato; di ridurre e razionalizzare i diversi programmi di assistenza ai disoccupati; e di creare i cosiddetti mini-job, contratti a bassa remunerazione e per i quali non si pagano tasse e versano contributi. Furono invece aziende e sindacati, ancora prima di Agenda 2010, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, a concludere accordi salariali in deroga a quelli di categoria ponendo le basi per una moderazione delle dinamiche salariali e per i guadagni di produttività. Già allora gruppi come Siemens, Bosch, Volkswagen, Bmw, Daimler, Sap e molti altri del Mittelstand (l’universo composito delle piccole e medie imprese tedesche) vantavano intese dove a fronte di una durata legale invariata (35 ore) e di salari congelati, d’intesa con i sindacati si poteva lavorare fino a 40 ore settimanali e oltre. È stato un patto sociale, tuttora tacitamente in vigore, che ha permesso la salvaguardia dei posti di lavoro nell’industria manifatturiera e ha contribuito al conseguimento di un bassissimo livello di disoccupazione, intorno al 4%, meno della metà di quello odierno in Francia.

Ma per ispirarsi completamente al modello tedesco, quel che manca a Macron e soprattutto al mondo imprenditoriale francese è un sindacato tedesco. Un sindacato forte, rappresentativo, e con un approccio consensuale, dettato anche, come nel caso della Germania, dalle regole storiche della cogestione che affidano metà delle poltrone dei consigli di vigilanza delle grandi e medie aziende ai rappresentanti dei lavoratori. In Francia il sindacato ha una bassa rappresentatività (5% di iscritti al sindacato nel settore privato contro il 18% in Germania e il 26% in Gran Bretagna) ma un grande potere di interdizione, come hanno dimostrato gli scioperi che hanno annacquato e in alcuni casi affossato precedenti tentativi di riforma del mercato del lavoro.

La grande incognita non è tanto sul passaggio o meno della riforma. Questo è assicurato dalla maggioranza parlamentare assoluta di cui dispone il partito, La République en marche, all’Assemblée Nationale, e dalla scelta di procedere per decreto. Il rischio sta tutto nell’esecuzione, nella possibilità - non remota in Francia - che i sindacati non seguano il cambio di mentalità insito nella riscrittura del codice. Finora soltanto la Cgt, tra le grandi sigle, si è dimostrata apertamente ostile confermando ieri per il 12 settembre la giornata di mobilitazione generale contro la riforma. Il sindacato più importante, Cfdt, e Force Ouvrière sembrano voler collaborare, forse nella speranza di strappare ancora qualche concessione prima che i decreti vadano in consiglio dei ministri il 22 settembre.

Macron sul dossier si è mostrato abile, almeno finora. Non ha toccato il tabù delle 35 ore, aggirandole come fece Nicolas Sarkozy, ha spiegato bene la riforma durante la campagna elettorale e ha scelto il “fast-track” istituzionale dei decreti delegati perché il dispositivo non solo non venga annacquato ma vada a regime al più presto, entro la primavera del 2018. È l’unica finestra temporale per potersi permettere il coraggio dell’impopolarità, insito in ogni grande riforma strutturale.

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