Mondo

La corsa del Texas frenata da Harvey

USA

La corsa del Texas frenata da Harvey

  • –Marco Valsania

Se la California ama definirsi la Francia d’America, per le dimensioni della sua economia pari a quella francese,il Texas è il Brasile degli Stati Uniti. Ma un Brasile potenza emergente, non quello che oggi si sforza di uscire da recessioni record. Lo stato della Stella solitaria - che campeggia nella capitale Austin su un Campidoglio più alto di quello nazionale a Washington - vanta 1.700 miliardi di dollari di prodotto interno lordo l’anno. E una crescita a passo di corsa, da nuova frontiera, ancor più quando paragonata al resto del Paese: nel primo scorcio dell’anno il Texas ha messo a segno un’espansione del 3,9%, locomotiva assoluta degli Stati Uniti.

È un boom che aiuterà lo Stato a rispondere, almeno quando si tratta dell’attività produttiva, anche alla tragedia dell’uragano Harvey. A trarre vantaggio dalla ricostruzione, da un impegno che potrebbe dirottare verso la regione oltre 125 miliardi in aiuti pubblici stando al governatore Greg Abbott. L’amministrazione Trump, con il presidente nuovamente in visita ieri a Houston per incontrare gli sfollati, ha già chiesto al Congresso lo stanziamento dei primi 7,8 miliardi.

La posizione di preminenza del Texas è emersa con prepotenza negli ultimi anni. Dal 2005 la crescita è stata in media del 3,3% l’anno, quasi doppia rispetto agli Stati Uniti. Il reddito medio dei residenti, senza tener conto dell’inflazione, da allora si è impennato del 36% contro il 27% nazionale, arricchendo non solo luoghi noti quali Dallas e Houston ma Midland e Odessa. Le previsioni dell’ufficio del Comptroller statale vedono un Pil che, a dollari correnti, supererà i 2mila miliardi nel 2021. Potrebbe valicare i 7mila miliardi vent’anni dopo, marciando a un passo “Trumpiano” di oltre il 3% l’anno.

La forza lavoro, quasi raddoppiata a 12 milioni dal 1990, raggiungerà i 18 milioni nel 2046. E la popolazione, in simile progressione, i 28 milioni dagli attuali 17 avviata a 50 milioni a metà secolo. Già tre metropoli, Houston, Dallas e San Antonio, sono tra le prime dieci città americane; Austin, un tempo cittadina universitaria e gemma della musica, è undicesima e da cinque anni tra i centri urbani a maggior crescita del Paese.

Il Texas, di pari passo con l’influenza economica e sociale, è diventato anche laboratorio della politica e delle sue tensioni. La dinastia dei Bush ha qui radici. E qui si sono fatti le ossa strateghi quali Karl Rove e sono nate strategie quali il “redistricting” - cioè la modifica ad arte delle circoscrizioni che ha facilitato le maggioranze repubblicane. Qui nascono leader ultra-conservatori o populisti che tirano la volata a Trump. Il Texas, che vota repubblicano dal 1976, ha però come il Paese un elettorato sempre più diverso, con forti componenti di immigrati, spesso ispanici, e diviso tra aree urbane più aperte e progressiste e rurali più chiuse.

È però la ricetta economica del Texas a fare proseliti per il dinamismo. Un accentuato clima pro-business - ottavo nel Paese - e con limitate imposte - le settime più basse, compresa l’assenza di aliquote statali sul reddito. Un governo davvero ridimensionato: il Parlamento statale si riunisce per 140 giorni solo ad anni alterni, con l’unico compito di varare un bilancio in pareggio. Ancora: infrastrutture e facilità di trasporti. L’export è in vetta alle classifiche americane: con 264 miliardi l’anno batte quello sommato di California e New York. E svetta la capacità di sfruttare la storica preminenza nel settore energetico, oggi nello shale, nel gas e petrolio di scisto, e nelle tecnologie dei pozzi orizzontali.

La locomotiva energetica, che dovrebbe solo sbuffare temporaneamente sotto la furia di Harvey, ha trainato con sé manifattura e comparto chimico. E i settori minerario, manifatturiero e dei trasporti sono in testa alla classifica dei grandi datori di lavoro. Affiancati dalla presenza di numerose basi militari che attirano industrie della difesa. E da corridoi hi-tech sempre più vasti, quali la “Prateria del silicio” a Nord di Dallas. Una miscela che attira nella regione sempre più aziende, anche internazionali e italiane, in molteplici attività e servizi.

La sola area di Houston con 6,8 milioni di residenti è responsabile oggi di un output annuale da oltre 500 miliardi, in riscossa da passate oscillazioni delle quotazioni del greggio. Moody’s ipotizza che l’uragano lascerà in eredità danni tra i 10 e i 15 miliardi per il business, con altri dieci per le infrastrutture - da porti sommersi, quali Port Arthur - a aeroporti e ferrovie. Più difficile da trattare sarà semmai la devastazione per le famiglie, spesso nello Stato “individualista” per eccellenza non coperte da assicurazioni per le inondazioni (in mancanza di obblighi hanno una polizza solo il 15% in generale e il 28% nelle zone più a rischio). In 350mila hanno già fatto richiesta di assistenza di emergenza alla protezione civile della Fema. E questo esercito potrebbe facilmente superare il mezzo milione di persone. Anche in tempi di boom, inoltre, lo Stato ha un tasso di povertà del 16 per cento. Contraddizioni del Texas e dell’America.

© RIPRODUZIONE RISERVATA