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Il Myanmar e San Suu Kyi non hanno pietà della minoranza rohingya

PULIZIA ETNICA

Il Myanmar e San Suu Kyi non hanno pietà della minoranza rohingya

Profughi rohingya in fuga verso il Bnagladesh
Profughi rohingya in fuga verso il Bnagladesh

«Il nostro scopo finale dovrebbe essere creare un mondo dove non ci siano più i profughi, i senza casa e i senza speranza, un mondo in cui ogni singolo angolo sia un vero santuario, dove chi vi risiede abbia la libertà e la capacità di vivere in pace». Questo l’appello di Aung San Suu Kyi nel discorso di ringraziamento per il Nobel per la pace, tenuto a Oslo nel 2012, 11 anni dopo averlo ricevuto. Quando le fu conferito il premio, nel 1991, Suu Kyi non potè ritirarlo, perché prigioniera di quella giunta militare che per decenni ha oppresso il popolo birmano.

Oggi, all’immagine dell’eroina dei diritti umani, beatificata in patria e all’estero per avere combattuto e sconfitto la dittatura, si sovrappone il riflesso distorto della leader di un Paese buddhista che schiaccia la sua minoranza più debole, quella dei musulmani rohingya. Un milione di persone senza cittadinanza, ridotte in condizioni di apartheid nello Stato più povero del Myanmar, il Rakhine, al confine con il Bangladesh. Secondo l’ultima conta dell’Onu, negli ultimi 10 giorni quasi 90mila profughi hanno stipato la propria vita in un sacco e hanno cercato scampo oltre quella frontiera, in fuga dalle forze armate e dalle milizie paramilitari birmane.

Il pretesto della repressione è stato l’attacco lanciato il 25 agosto da gruppi di rohingya armati di coltelli, bastoni e ordigni improvvisati, contro una trentina di caserme birmane, secondo il resoconto delle autorità del Myanmar. Da allora sono morte almeno 400 persone, compresa una dozzina di uomini delle forze di sicurezza. Il Governo ripete con ostinazione che nel Rakhine sta conducendo una campagna contro terroristi islamici, che addirittura vi vorrebbero creare una roccaforte dell’Isis. Si dice incompreso dalla Comunità internazionale che gli rimprovera gli stessi abusi contro i quali i birmani hanno lottato per circa 50 anni: «Siamo noi le vittime», ribadiscono le autorità e negano l’ingresso nell’epicentro delle violenze a giornalisti e Ong, arrivando a insinuare che aiutino i «terroristi».

Senza cibo, senza acqua potabile, sotto tende improvvisate (quattro canne di bambù infilzate nel terreno e un telo), quasi 20mila profughi sono ancora ammassati ai punti di valico con il Bangladesh. Nemmeno qui i rohingya sono ben accolti: Dhaka ne ospita già oltre 400mila in campi fatiscenti ed è al limite delle sue capacità. Aveva deciso di chiudere le frontiere e ne ha respinti a migliaia, ma alla fine si sta arrendendo alla pressione di questa marea umana.

Secondo Human Rights Watch, le forze armate birmane stanno facendo letteralmente terra bruciata, appiccando il fuoco a interi villaggi. Il messaggio è chiaro: nel Rakhine, questi «immigrati illegali», che costituiscono un corpo estraneo, non devono mai più tornare. Corollario della campagna: anche 12mila birmani di etnia rakhine sono sfollati.

Scene fotocopia di quanto accadde nell’ottobre del 2016. Anche allora l’assalto a una caserma della polizia innescò la reazione delle forze armate birmane. Anche allora decine di migliaia di profughi si misero in marcia verso il Bangladesh. Qui, l’Alto commissariato Onu per i diritti umani (Ohchr) svolse un’indagine interrogando 220 di quei profughi: le raccapriccianti testimonianze - il peggio di cui l’umanità è capace - sono raccolte in un report del 3 febbraio, che parlava già di pulizia etnica e dal quale è scaturita la decisione di avviare un’indagine indipendente.

I funzionari dell’Ohchr non potranno però visitare il Rakhine: Suu Kyi non li vuole. Nemmeno dopo che a invocare un’inchiesta è stato l’ex segretario dell’Onu, Kofi Annan, che lei stessa aveva pregato di guidare una commissione sui rapporti tra musulmani e rakhine, senza però il mandato di indagare sulle violazioni dei diritti umani. Solo pochi Stati «paria», ricorda l’Ohchr, hanno chiuso le porte ai suoi ispettori: Siria, Corea del Nord, Eritrea e Burundi.

Secondo Amnesty International, l’esercito birmano sta affrontando con pari brutalità le minoranze etniche Kachin e Shan, al confine con la Cina.

Suu Kyi sta guidando il Myanmar in una difficile transizione dalla dittatura alla democrazia. La giunta militare non è stata abbattuta, ha solo fatto un passo di lato, mantenendo il controllo di tre ministeri chiave (Difesa, Interni e Confini), di un vice-presidente e assicurandosi ampie garanzie costituzionali. Suu Kyi e i suoi uomini più vicini, che la seguono come i seguaci di un culto, temono che forzare la mano possa innescare reazioni autoritarie. E in un Paese appena uscito dall’orrore della repressione, la tragedia dei rohingya non sembra scuotere le coscienze. Prendere le loro parti - cosa che Suu Kyi non ha mai fatto - non genera consenso.

La tragedia dei rohingya è però ormai sotto i riflettori e desta lo sdegno di Turchia, Arabia Saudita, Indonesia, Pakistan. In quel discorso pronunciato a Oslo cinque anni fa, c’è un passaggio che suona come un monito per Suu Kyi e il suo Paese: «Ovunque la sofferenza venga ignorata, ci saranno i semi del conflitto, perché la sofferenza degrada, inasprisce e genera rabbia».

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