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Un patto «ingabbia» il Dragone

L'Analisi|PIRELLI IN BORSA

Un patto «ingabbia» il Dragone

Un buon accordo fra soci. Che conferma la cifra storica italiana anche della nuova Pirelli.

Con, naturalmente, delle implicazioni geo-politiche.

Dal nuovo statuto della società: «Localizzazione in Italia della sede e del centro direzionale del gruppo, così come il controllo del know how tecnologico (inclusi i marchi Pirelli)». Pirelli è oggi controllata da ChemChina, il diciannovesimo gruppo cinese - posizione 355 nel ranking dei gruppi internazionali stilato da Fortune - con un fatturato stimato in 250 miliardi di yuan.

La Pirelli a proprietà cinese è uscita da Piazza Affari nel 2015. In questo periodo, da Pirelli sono stati scorporati i pneumatici per camion e mezzi pesanti: la fetta di torta meno gustosa, quella con i margini inferiori. Pneumatici destinati a finire direttamente nell’orbita della controllante cinese, che ha già una sua autonoma e rilevante specializzazione in questo comparto.

Adesso, Pirelli – senza più appunto le gomme per i camion - tornerà a essere quotata. Nella nuova Pirelli è dunque contenuta una torta più piccola: restano i pneumatici per le automobili. Una nuova torta che, però, dovrebbe risultare la più succulenta: non a caso, l’obiettivo dichiarato è quello di lavorare per portare i singoli prodotti – e soprattutto le quote di fatturato – verso i pneumatici a più alto valore aggiunto e a maggiori margini di guadagno. Quelli per le auto di alta e altissima gamma.

In un contesto di questo tipo, appare utile che il nuovo statuto della nuova società – e anche la particolare conformazione dei patti fra soci, stabilita insieme agli attuali vertici di ChemChina - sancisca che le competenze tecnologiche debbano restare nella titolarità di Pirelli e non siano trasferibili a soggetti terzi. Appare ancora più utile che sia chiarito che la sede operativa e amministrativa non possa che essere a Milano. E che il tutto sia formalmente blindato dalla regola seconda cui queste disposizioni possano essere modificate soltanto con una delibera dell’assemblea degli azionisti in cui si esprima favorevolmente il 90% del capitale totale.

In questo meccanismo, che attraverso la governance sembra porre una sorta di distinzione fra gestione italiana e proprietà cinese, appare utile che – dal punto di vista tecnico – con la quotazione Pirelli non sia più soggetta formalmente a direzione e coordinamento né della holding Marco Polo né dei suoi soci, a meno che ChemChina non consolidi. E che 8 consiglieri su 15 siano indipendenti.

Il contesto italiano in cui vengono prese tutte queste cautele appare chiaro: negli ultimi anni – da Loro Piana a Italcementi, da Ducati a Fca – il controllo di fatto e la catena giuridico-societaria di diritto del nostro capitalismo hanno perso identità nazionale. Dunque, per un gruppo come Pirelli che per quasi un secolo era stato quotato a Milano e che ha rappresentato uno degli elementi portanti della nostra storia industriale e finanziaria, la costatazione che la proprietà non sia più in mano italiane non può che apparire dolorosa, per quanto tutto questo sia adesso lenito da uno statuto e da un accordo fra soci che garantiscono la radice italiana della nuova Pirelli.

Allo stesso tempo, nel momento in cui le singole imprese si inseriscono in uno scenario generale, è la situazione particolare a incubare un potenziale conflitto fra governance formale e potere reale. È vero che Marco Tronchetti Provera, che ha preso in mano il gruppo dopo la fallita scalata a Continental e che lo ha condotto fino all’accordo con ChemChina, rimane come capoazienda e a lui viene garantita l’ultima parola sul suo successore, nel 2020.
Ma è altrettanto vero che ChemChina nasce 13 anni fa come estensione della Sasac (State-owned assets supervision and administration commission).

Da un lato ci sono le garanzie sul mantenimento del nocciolo duro innovativo e degli stabilimenti produttivi in Italia. Dall’altro lato, nelle regole del capitalismo globale, la circolazione dei capitali espone i Paesi-preda a subire i rapporti di forza e la logica naturale di scelte che, alla fine, vengono prese altrove. E, in questo caso, l’ “altrove” è una realtà complessa e multiforme, insondabile e con una natura non paragonabile a quella occidentale.

Dal discorso del presidente cinese Xi Jinping ai cento principali manager del Capitalismo di Stato al VI Plenum del Partito Comunista Cinese, nell’ottobre del 2016: «Quello che conta è il partito. Il Partito Comunista conta più di ogni consiglio di amministrazione». In questo discorso di Xi Jinping, citato dalla agenzia di stampa Xinhua e chiosato dal Quotidiano del Popolo, compare anche questo altro passaggio: «Le aziende sono un prolungamento dell’azione del Partito Comunista oltre i nostri confini».

Sul lungo periodo l’incognita geo-politica esiste. Anche se la blindatura statutaria e la stabilità manageriale – su un orizzonte temporale di almeno 3 anni - per la nuova Pirelli non sono poca cosa.

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