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Trump riapre la ferita dell’immigrazione

L'Analisi|l’abrogazione del programma «dreamers»

Trump riapre la ferita dell’immigrazione

NEW YORK  - "Dreamers", addio: «Abbiamo deciso di annullare il Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals ndr), non perché riteniamo che questi immigrati siano cattive persone o perché non li rispettiamo, ma solo perché si tratta di un provvedimento incostituzionale». Con queste parole ieri il segretario alla Giustizia Jeff Session (peraltro vilipeso e attaccato da Donald Trump fino a pochi giorni fa) ha riaperto in America la ferita dell’intolleranza verso l’immigrazione. Una ferita profonda, mai rimarginata dopo il bando all'Islam di qualche tempo fa. In questo caso l'attacco ai valori americani è più profondo in quanto non riguarda la richiesta di bloccare i visti di soggiorno per residenti di Paesi sospetti di chiudere un occhio sul terrorismo (e già quella come ricorderete fu un'azione clamorosa di Trump accolta malissimo) ma la possibile apertura all’espulsione di 800.000 persone che fanno parte del tessuto stesso del Paese.

Partiamo dall'inizio. Il  "Deferred Action for Childhood Arrivals" (Daca), è un ordine esecutivo firmato nel 2012 da Barack Obama, che consente agli immigrati entrati nel Paese da bambini senza documenti coi loro genitori, e ormai perfettamente integrati, di evitare il rimpatrio e ricevere un regolare permesso di lavoro biennale e rinnovabile. 

La giustificazione di incostituzionalità dell'ordine esecutivo di Obama da parte del segretario alla Giustizia statunitense è opinabile, ovviamente. Ma apre la strada per la deportazione di 800.000 persone arrivate in America appunto da bambini, quando non potevano determinare il loro destino. La stragrande maggioranza è di origini messicane, ma venivano anche da El Salvador, dal Guatemala, Honduras , Perù, Brasile, Venezuela etc. Se l’ordine di Obama è annullato, ci sarà tempo fino al 5 marzo del 2018 prima di procedere con le deportazioni di coloro che in termini pratici sono cresciuti in America e si sentono americani.

Trump non è però andato fino in fondo. Sappiamo che era combattuto, poi ha ceduto alla sua base e alla determinazione di Session. Ha così rimandato la palla nel campo del Congresso: date voi legalità giuridica a questo provvedimento, ha detto. La porta insomma non è chiusa del tutto, ma nel frattempo si è aperto un limbo e la vicenda torna ad essere ostaggio della politica. Torna l'incertezza, torna, per questi ragazzi, l'umiliazione, torna la paura di essere «illegali» e deportabili. Di essere strappati dalle case e dalle comunità in cui sono cresciuti.

Ieri abbiamo ascoltato le voci di alcuni di questi 800.000 ragazzi raccolte dai media americani, una cacofonia di accenti di ogni angolo d'America. Parole misurate che raccontano una storia: «Sono arrivato a dieci anni», «a sette anni», «dal Brasile», «dall'Honduras», «dal Messico», «sono andato a scuola»,  «lavoro, pago le tasse». Una giornata davvero drammatica sotto molti punti di vista. Questo video del NYtimes dà un volto umano a una vicenda politica in apparenza astratta.

Perchè la vicenda è drammatica? Perchè un termine forte? Perchè stiamo parlando di 800.000 americani di fatto se non di diritto, ragazzini cresciuti in America, arrivati qui con i loro genitori e dunque non di loro volontà e senza sapere che potevano violare una legge, hanno frequentato le scuole americane, si sono integrati nella società locale dove vivono, molti sono andati in guerra. Complessivamete contribuiscono miliardi di dollari al fisco. Avevano un problema oggettivo, l’illegalità. Obama lo aveva finalmente risolto dopo un irrisolvibile stallo parlamentare. Oggi tornano in un cono d'ombra. L'America è stordita per questo sviluppo e fra le migliaia di commenti su Internet, mi ha colpito quello che ho visto questa mattina sul Nytimes di Ms Pea di Seattle, che scrive: «Quale altro gruppo di figli è punito per le azioni dei loro genitori? Non mettiamo in prigione i figli di criminali condannati al carcere. E dunque perchè i figli di immigrati senza documentazione sono puniti? Non avevano scelta quando i genitori li hanno portati qui. I minori al di sotto dei 18 anni non possono chiedere la cittadinanza senza il consenso dei genitori. Quasi tutti questi ragazzi non sono mai tornati nei Paesi da dove sono arrivati, non parlano la lingua, non sanno se hanno parenti . Deportarli sarebbe come prendere i miei figli e deportarli. Questi ragazzi sono illegalmente in America non per una loro colpa. È una barbarie punire i figli per i peccati dei loro genitori».

Questa riflessione da sola, andata rapidamente virale, spiega quanta emotività ci sia per le conseguenze di questa decisione di Trump. Da una parte c'è la sua base politica, una base di irriducibili che rappresenta in questo caso circa il 20% del Paese, una base che vuole punizioni e inflessibilità, una base convinta, come dice Trump, che i dreamer i sognatori, coloro che sono cresciuti nel sogno americano non possono rubare lo stesso sogno ai "nativi" ai ragazzi nati e cresciuti in famiglie  che vivono in America da generazioni. Furto? Nessun furto, semmai arricchimento! E posso dirvi che su questi temi è ancora la maggioranza del Paese che ritiene sia un diritto di chi si è integrato fare parte del Paese. Anche perchè questi 800.000 sono stati sacrificati sull'altare della politica: cinque anni fa quando Obama chiese di passare una legge sull'immigrazione in Congresso, la polarizzazione ha prevalso, ha vinto, e ha poi anche  impedito il passaggio del cosiddetto Development, Relief and Education for Alien Minors Act (le cui iniziali formano appunto la parola Dream), che avrebbe dato l'opportunità di ricevere la residenza permanente agli immigrati arrivati negli Stati Uniti, si' da irregolari, ma quando erano bambini.

Per questo Obama ricorse a un ordine esecutivo che in qualche modo contribuiva a risolvere una situazione difficile. Potete immaginare la reazione, già allora Obama fu accusato di abuso di potere e di anticostituzionalità. Poi firmò un altro ordine esecutivo per proteggere i genitori e i familiari dei ragazzi che estendeva la protezione dalla deportazione per quasi 5 milioni di immigarti illegali, per evitare che le famiglie potessero spaccarsi. Quella proposta fu bloccata dal Procuratore Federale del Texas. La questione andò in Corte Suprema e non se ne fece nulla perchè la corte si spaccò a metà, 4 a favore 4 contrari. Da allora la ferita è rimasta aperta.

Ma qui non c'è solo emotività, c'e' anche un risvolto economico controproducente per Trump e per i suoi obiettivi di crescita: questi ragazzi hanno un ruolo centrale per l'economia di questo Paese: oltre il 97% studia o lavora, il 5% ha aperto una attività imprenditoriale che da lavoro ad altri, il 65% ha acquistato un veicolo e il 16% ha già acquistato la sua prima casa. Almeno il 72% delle prime 25 aziende della classifica di Fortune ha dipendenti che usufruiscono del "Daca".  Per questo il fior fiore dell'impreditoria america è contro questa decisione 300 grandi manager americani, fra cui Mark Zuckerberg di Facebook, Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Ceo Google) e Satya Nadella (Microsoft) e titani dell'industria, da General Motors a General Electric in una lettera aperta avevano chiesto a Trump di proteggere i diritti degli immigrati che vivono e lavorano negli Stati Uniti, che sono stati portati illegalmente nel Paese quando erano bambini, di proteggere i Dreamers insomma anche nell'interesse della Nazione. Richiesta inutile. Di seguito il commento di ieri su Facebook di Zuckerberg: «Questo è un giorno triste per il nostro Paese. La decisione di mettere fine al Daca non è solo sbagliata. È particolarmente crudele offrire ai giovani il Sogno americano, incoraggiarli a uscire dall'ombra e a fidarsi del governo, e poi punirli per questo».

Secondo i top manager, cancellare il Daca fa perdere all'economia «460,3 miliardi di dollari al Pil e 24,6 miliardi di dollari in contributi per la Social Security e il Medicare. I Dreamers sono vitali per il futuro delle nostre aziende e della nostra economia [...]Chiediamo al Congresso di approvare una legge bipartisan che fornisca ai giovani cresciuti nel nostro Paese la soluzione permanente che meritano».

Passerà? Si troverà un compromesso? Le pressioni sono forti. E un commento del presidente Trump, l'unico in video, ci dà la misura di quanto anche per lui la decisione sia stata difficile, di quanto abbia dovuto soccombere alla sua stessa promessa elettorale: «Non sono bambini, sono giovani adulti - ha detto - ma in ogni caso a me stanno molto a cuore. Ora speriamo che il Congresso sia in grado di legiferare per aiutarli come si deve. Una soluzione di lungo termine è l’unica opzione valida». 

In sostanza Trump gira la patata bollente al Congresso che dovrà agire appunto entro il 5 marzo 2018. Nel frattempo il dipartimento per la Giustizia e quello per la  Sicurezza interna hanno chiarito che le persone attualmente protette dal Daca «non saranno toccate» fino ad allora, in modo che il Congresso abbia il tempo di trovare le soluzioni legislative appropriate. Da oggi però nessuna nuova domanda per entrare nel programma di protezione sarà più accettata. In effetti il passaggio di una legge vera e propria potrebbe far uscire dall'ambiguità e dalla percezione di temporaneità dell'ordine esecutivo. Ma sarà possibile ottenere una legge adeguata?

Intanto ha parlato Barack Obama, finora rigorosamente fuori dal dibattito politico, questo il suo comunicato: «Prendere di mira questi giovani è sbagliato, perchè non hanno fatto nulla di male. È autolesionista, perchè loro vogliono avviare nuove imprese, lavorare nei nostri laboratori, servire nelle nostre Forze Armate, dare il loro contributo al Paese che amiamo. Siamo chiari - ha continuato - : l'azione presa oggi non era legalmente necessaria. È una decisione politica e una questione morale. Ed è crudele».

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