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Rajoy contrattacca: «Il referendum in Catalogna non si farà»

barcellona ha avviato il processo di secessione

Rajoy contrattacca: «Il referendum in Catalogna non si farà»

Il premier spagnolo Mariano Rajoy
Il premier spagnolo Mariano Rajoy

Superato il punto di non ritorno, lo scontro sull’indipendenza della Catalogna sta portando Madrid e Barcellona a compiere azioni mai viste in uno Stato democratico europeo con conseguenze indecifrabili ma gravissime. Mentre il premier spagnolo, Mariano  Rajoy, ribadisce che il referendum per la secessione del 1° ottobre «non si celebrerà in alcun modo», il leader catalano, Carles Puigdemont, si dice «pronto ad andare in carcere per la causa catalana» e il Parlamento catalano ha approvato nella notte la ley de ruptura, la legge che definisce nei dettagli l’attribuzione dei poteri e le procedure con le quali la regione catalana diventerà Stato staccandosi dalla Spagna.

La riapertura del negoziato sembra impossibile
Non si arriverà alla guerra civile, questo no, ma al momento - considerando le posizioni intransigenti delle due parti - la crisi non mostra possibilità di soluzione. Per Madrid la Generalitat catalana sta mettendo in atto un golpe contro lo Stato nazionale e la stessa democrazia spagnola. Il premier Rajoy, dopo aver riunito d’urgenza il governo, ha dato ordine all’avvocatura dello Stato di presentare un «immediato ricorso di incostituzionalità» davanti alla Corte Costituzionale contro il decreto di convocazione del referendum del 1° ottobre, firmato dal governo catalano, e contro la legge sul referendum adottata dal Parlamento di Barcellona. Sono i due provvedimenti con i quali la Catalogna si è messa di fatto al di fuori delle leggi spagnole, avviando la secessione: la legge di convocazione della consultazione popolare oltre a definire i dettagli del voto, si pone, in caso di conflitto, sopra ogni altra normativa, regionale e statale.

Rajoy fa ricorso alla Corte Costituzionale e denuncia Puigdemont
Rajoy ha ribadito oggi che il referendum di autodeterminazione catalano non ci sarà. «Questo voto non si celebrerà in alcun caso», ha affermato, accusando Puigdemont per avere compiuto «un chiaro e intollerabile atto di disobbedienza alle istituzioni democratiche». Il procuratore capo dello Stato spagnolo, José Manuel Maza, ha annunciato denunce penali contro lo stesso Puigdemont e contro il governo catalano. Alla Guardia Civil, la polizia del regno, è stato dato ordine di indagare su ogni azione che riguardi «l’organizzazione del referendum» che a Madrid considerano «illegale»: alcune perquisizioni per bloccare la stampa delle schede referendarie sarebbero già state effettuate nella notte.

Gli indipendentisti rilanciano con la «legge di rottura»
Ma i partiti indipendentisti, che hanno la maggioranza assoluta nel Parlamento catalano, sono già andati oltre il referendum: hanno infatti presentato formalmente con procedura urgente la legge di rottura, approvata poi nella notte tra il 7 e l’8 settembre . È la Legge di transitorietà giuridica e per la fondazione della Repubblica che dovrebbe entrare in vigore se il «Sì» vincerà al referendum che prevede, tra le altre cose, l’espulsione dalla regione dell’esercito spagnolo, la nomina di Puigdemont alla presidenza del nuovo Stato e il passaggio di ogni potere dalla Spagna alla Catalogna.
«Ogni tentativo di fermare il referendum con i tribunali o con strumenti politici è destinato a fallire perché la democrazia non si può fermare», ha dichiarato Puigdemont, stroncando ogni possibilità di mediazione con Madrid: «Non ci sono alternative: referendum, o referendum!». Rajoy sta mantenendo la linea dura: la Costituzione attribuisce al governo di Madrid la facoltà, in casi eccezionali, se una regione non rispetta le leggi, di «adottare tutte le misure necessarie a proteggere l'interesse generale».

La Catalogna è divisa e non ha l’appoggio dell’Europa
I cittadini catalani sono divisi sull’indipendenza dalla Spagna: la maggioranza chiede comunque, con insistenza, il «diritto di decidere» ma il sostegno per l’indipendenza in caso di referendum - secondo i sondaggi - sarebbe sceso al 41% dal massimo del 49% toccato nel 2013. La ripresa economica sta togliendo forza ai partiti sovranisti: il Pil della Catalogna nel 2016 è cresciuto del 3,5%, tanto che la regione da sola ha prodotto il 19% della ricchezza nazionale spagnola.
Il processo verso l’indipendenza sembra ancora pieno di ostacoli: la Catalogna ambisce a essere uno Stato autonomo e sovrano all’interno dell’Unione europea ma anche oggi da Bruxelles è stata sottolineata la difficoltà di arrivare a riconoscere un nuovo Stato creato contro la volontà di un altro Stato membro della Ue.

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