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Balzo della moneta unica oltre 1,20 dollari

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Balzo della moneta unica oltre 1,20 dollari

  • –Andrea Franceschi

Le decisioni della Bce e le parole di Mario Draghi hanno avuto ripercussioni sulla moneta unica che ieri si è riportata oltre 1,20 dollari arrivando fino a un massimo di 1,2059 nel corso della seduta. Non è da ieri che il mercato si è posizionato sull’euro che negli ultimi 3 mesi si è rafforzato di quasi il 7% sul dollaro e da inizio anno ha guadagnato il 13 per cento. I dati macro indicano chiaramente che l’economia dell’Eurozona è in ripresa e il mercato ha iniziato a mettere in conto la possibilità di un «tapering», ossia una graduale riduzione degli acquisti di titoli nell’ambito del Quantitative easing. È stato lo stesso Draghi a parlarne apertamente a inizio luglio in occasione del forum di Sintra. Ieri non è stato fatto alcun annuncio ma Draghi, a più riprese, ha detto agli investitori di aspettarsi comunicazioni in questo senso al prossimo direttivo di ottobre. Un’indicazione temporale che, seppur nelle attese di molti, è un segnale importante che Draghi ha voluto dare agli investitori circa la sua intenzione di iniziare a «normalizzare» gradualmente la sua politica monetaria. Un segnale ha favorito il superamento di quota 1,20 dollari dell’euro. Una soglia già superata lo scorso 29 agosto e che la moneta unica non rivedeva da oltre due anni e mezzo a questa parte. Il balzo dell’euro è stato esacerbato dalla debolezza del dollaro fiaccato, in parte dalla perdita di credibilità dell’amministrazione Trump e in parte dalla scommessa di una parte del mercato sul fatto che la Fed non alzerà i tassi al direttivo di questo mese.

Una valuta troppo forte non può certo far piacere alla Bce. Se è vero che governare il tasso di cambio non rientra tra i suoi obiettivi le oscillazioni della moneta hanno conseguenze importanti su un altro indicatore, questo sì determinante per la sua politica: l’inflazione. Con un euro forte i prezzi delle merci importate calano con l’effetto di deprimere l’inflazione. Questo va contro gli obiettivi della Bce che in questi anni ha messo in atto politiche espansive senza precedenti allo scopo di scongiurare la deflazione e riportare l’indice dei prezzi al consumo su livelli ottimali (sotto ma vicino al 2%). Non è un caso quindi che la stessa Bce ieri abbia rivisto al ribasso le proprie stime sull’andamento dei prezzi al consumo. Se a giugno ci si attendeva una crescita dell’1,5% per il 2017 e dell’1,3% nel 2018 ora ci si attende una crescita dell’1,2% per il prossimo anno. «La recente volatilità nel mercato dei cambi rappresenta una fonte di incertezza che dovrà essere monitorata con attenzione per il suo impatto sulla stabilità dei prezzi» ha dichiarato Draghi.

Secondo Domenico Rizzuto di Dr Finance Consulting a questi livelli l’euro «rischia di compromettere la ripresa. Soprattutto nelle economie più deboli come Italia e Spagna». Robert Baron di Delta Hedge da parte sua invita a non dare per scontato l’esito delle elezioni in Germania. «Un risultato deludente per Angela Merkel potrebbe indebolire molto il cambio». Quanto agli effetti del super-euro sull’export delle aziende italiane il capo economista di Sace Alessandro Terzulli invita a non drammatizzare: «Tenendo conto del ritardo temporale con cui in genere gli apprezzamenti hanno effetti sulle esportazioni e, considerata l'entità dell'oscillazione che c'è stata, ma anche la sensibilità del nostro export al tasso gli cambio, gli effetti per le nostre imprese potrebbero essere relativamente contenuti».

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