Mondo

A Seul la Borsa senza panico

Asia e Oceania

A Seul la Borsa senza panico

  • –Stefano Carrer

Né a Kim né a Trump: ormai si può concludere che i mercati finanziari non credono alle parole del leader nordcoreano né a quelle del presidente americano. Per quanto le cronache abbiano doverosamente registrato la scossa negativa determinata dal test nucleare nordcoreano, con un riduzione della propensione al rischio da parte degli investitori, la tendenza di fondo sembra riaffermare il “pattern” pluridecennale verificatosi a ogni provocazione di Pyongyang: un limitato calo temporaneo delle Borse, destinato a rientrare se non emergono fattori negativi di altro tipo. Non si spiega altrimenti il fatto che, a dispetto di 5 sessioni consecutive di contrazione, l’indice Kospi della Borsa di Seul viaggi ancora di circa il 15% sopra i livelli di inizio anno, ossia da prima che Kim testasse due missili intercontinentali ed effettuasse il suo sesto e più potente test atomico. Anche il Nikkei di Tokyo sta sopra, sia pure di poco, ai livelli di fine dicembre, benché il cambio sul dollaro si sia apprezzato di dieci yen. Detto in parole povere: le conseguenze di una guerra sono considerate universalmente tanto gravi che gli operatori finanziari scommettono sulla diplomazia, pur registrando il disagio (più nel forex - il won guadagna la metà del Kospi da inizio anno - che nelle Borse). Se le minacce di guerra catastrofica di Kim sono talmente ripetitive da anni da giustificare che non siano prese alla lettera, quelle esplicite dall’America costituiscono una novità, ma annegano nella perdita di credibilità del twittare compulsivo e poco ponderato del presidente. «Un tweet della Casa Bianca che minaccia di interrompere i rapporti economici con tutti i Paesi in affari con Pyongyang, ossia in sostanza con la Cina, dovrebbe provocare un crollo tremendo delle Borse se fosse ritenuto credibile», afferma un trader britannico a Tokyo. Come di consueto, in sostanza i mercati prezzano una “soluzione diplomatica” o comunque uno stallo senza cannonate e tantomeno bombe atomiche. Tra gli analisti, c’è persino chi osa spingersi a segnalare come, tutto sommato, anche in caso di conflitto il trend storico vedrebbe cadute dei mercati sul breve termine seguite da ripresa, facendo riferimento alle performance di Wall Street seguite a ogni attacco Usa a Paesi esteri, come Grenada, Panama, guerra del Golfo, Kosovo, Afghanistan, seconda guerra del Golfo, Libia. E c’è chi si porta ancora più avanti, come Oxford Economics: in un ultimo studio evidenzia che le guerre, anche grandi, non di rado portino crescita economica.

Più sobriamente, un recente report di Goldman Sachs evidenzia come «gli investitori si sono abituati a pensare che le tensioni geopolitiche si concludano invariabilmente in colloqui diplomatici: così il giusto atteggiamento nel trading diventa quello di comprare sul ribasso. Il risultato è una psicologia di mercato che è relativamente restia a prezzare il rischio geopolitico».

© RIPRODUZIONE RISERVATA