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In attesa di regole antidumping

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In attesa di regole antidumping

  • –Laura Cavestri

milano

«Rischiamo di fare la fine degli elettrodi. Fino a 5 anni se ne producevano in Asia, Europa e Usa. Poi la Cina ha deciso di sussidiare il mercato e vendere in dumping, neutralizzando gli avversari. Gli Usa si sono tutelati con due dazi. La Ue no. Risultato: oggi non esistono, di fatto, più produttori europei di elettrodi. Siamo dipendenti dalla Cina, il loro prezzo è decuplicato e i nostri ordini, comunque, soddisfatti dopo quelli della domanda interna cinese». Per Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, la crisi dell’Europa nasce soprattutto dall’incapacità di tutelare se stessa.

«Se l’Europarlamento, che è espressione del voto dei cittadini europei - rincara Gozzi - approva una serie di emendamenti al testo della Commissione, l’Esecutivo dovrebbe prenderne atto, invece di opporsi. Ma così non è. E questa resistenza ideologica ci inquieta e ci preoccupa».

Il braccio di ferro si consuma tra due emendamenti: l’onere della prova (dell’esistenza del dumping) che nel testo della Commissione sarebbe in capo ai produttori europei mentre le imprese vorrebbero mantenere in capo agli operatori terzi. E quello sulla determinazione dei prezzi minimi, le cui distorsioni sono difficili da provare in un’economia fortemente sussidiata come quella cinese. Anche perché una seria tutela commerciale è una leva essenziale per gli investimenti.

«Le nostre imprese - ha sottolineato Vittorio Borelli, presidente di Confindustria Ceramica - hanno investito 350 milioni di euro l’anno scorso solo in automazione e digitalizzazione dei processi. Quest’anno ci aspettiamo investimenti per 400 milioni. Ma come si fa a pensare a investimenti di lungo periodo senza la certezza di giocare una partita ad armi pari, senza la certezza che i concorrenti non sfruttino vantaggi indebiti?». A giorni, la Commissione europea si appresta, con le regole attuali, a riconfermare perimetro e aliquote dei dazi quinquennali sulla ceramica contro il dumping cinese.

Del resto, come dimostra il caso delle biciclette, ha affermato Moreno Fioravanti, segretario di Ebma (l’associazione dei produttori UE di bici), «In 20 anni, da quando esiste il dazio antidumping sulle bici in Europa, abbiamo sviluppato il comparto di quella elettrica. Prima saldavamo tubi e montavamo telai. Oggi la lavorazione è tutta orizzontale. Il dazio ci ha spinto a ripensare la nostra politica industriale e di prodotto».

Del resto, la rappresentazione plastica di come l’Europa non sappia serrare la falange rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti dell’aggressività cinese l’ha data, ieri, l’ennesimo scontro, a Bruxelles, sui pannelli solari provenienti dalla Cina, dove la proposta della Commissione di abbassare il prezzo minimo di importazione ha ricevuto il no da 13 Stati membri, uno solo l’ha sostenuta e gli altri si sono astenuti. Non solo. Per i produttori europei, come ha spiegato il loro presidente Milan Nitzschke, «I nuovi prezzi antidumping sono sotto i costi internazionali di manifatturazione, e sono di fatto essi stessi prezzi di dumping». Per Christian Westermeier, che rappresenta la filiera, «Il nuovo prezzo minimo d’importazione è superiore del 30% a quello di mercato». E così via, in ordine sparso.

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