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Il grido di dolore dei rohingya arriva al Consiglio di Sicurezza Onu

LA PULIZIA ETNICA IN MYANMAR

Il grido di dolore dei rohingya arriva al Consiglio di Sicurezza Onu

Una profuga rohingya sulle spiagge del Bangladesh
Una profuga rohingya sulle spiagge del Bangladesh

Dopo venti giorni di violenze, dopo l’esodo di 370mila profughi, dopo un numero imprecisato di villaggi dati alle fiamme, dopo 400 morti (secondo la poco credibile cifra fornita dal Governo birmano), finalmente la Comunità internazionale sembra sul punto di perdere la pazienza con il Myanmar della sua sempre più scomoda ”protetta”, la Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Che continua sostanzialmente a respingere ogni discussione: anzi, ha fatto sapere tramite un portavoce che la settiman aprossima non parteciperà neppure all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York. Eppure, proprio oggi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si riunirà a porte chiuse per discutere «del deterioramento della situazione» in un Paese che sta vivendo un’«operazione di pulizia etnica da manuale», come l’ha definita il capo dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein.

A chiedere il vertice, il secondo dal 30 agosto, sono stati Regno Unito e Svezia: «Sarà un meeting a porte chiuse - ha spiegato l’ambasciatore inglese all’Onu, Matthew Rycroft - ma con un risultato pubblico». Anche la Casa Bianca si è fatta sentire e in una nota diffusa lunedì ha chiesto alle forze di sicurezza birmane di «rispettare lo Stato di diritto, di fermare le violenze e di porre fine alla deportazione della popolazione civile». Nel Consiglio di Sicurezza, al Myanmar non resterà che contare sulla protezione di Cina e Russia per salvarsi da una risoluzione di condanna.

Per Suu Kyi, la vera vittima della situazione è però il suo Governo. La donna che di fatto guida le istituzioni civili del Paese, grazie alla carica di Consigliere di Stato che il Parlamento le ha ritagliato addosso per aggirare il veto dei militari, definisce disinformazione e propaganda i resoconti dei media internazionali. Ai quali il suo Governo nega l’accesso all’epicentro delle violenze nello Stato del Rakhine, al confine del Bangladesh, dove prima della campagna lanciata il 25 agosto in risposta all’attacco di 30 caserme di polizia, vivevano 1,1 milioni di rohingya: in condizioni di apartheid, senza pieni diritti di cittadinanza, tanto da non poter nemmeno partecipare alle elezioni del 2015, quelle stravinte dalla National League for Democracy di Suu Kyi. Nemmeno alle organizzazioni umanitarie è concesso di arrivare in quelle zone, perché, considerate complici dei terroristi (secondo un comunicato diffuso sulla pagina facebook del Governo e successivamente rimossa). Tanto che l’inchiesta indipendente lanciata dalle Nazioni Unite a marzo dovrà svolgersi senza osservatori sul campo, perché il Myanmar non ha nessuna intenzione di concedere i visti d’ingresso agli ispettori.

In una conversazione telefonica con il premier turco, Tayyip Erdogan, che accusa il Myanmar di genocidio (ma che difficilmente può passare per un paladino dei diritti umani), Suu Kyi ha liquidato come «disinformazione» la marea di profughi che preme ai confini con il Bangladesh, come pure le immagini satellitari diffuse da Human Rights Watch, che mostrano incendi nelle aree in cui vivevano i rohingya. Secondo le forze di sicurezza birmane, sarebbero anzi gli stessi rohingya a bruciare le proprie case dopo averle abbandonate. Le testimonianze raccolte dall’Alto commissariato Onu per i diritti umani, che descrivono raccapriccianti scene da pulizia etnica, secondo Suu Kyi farebbero parte di un «iceberg di disinformazione», diffuso per mettere una contro l’altra le etnie del Myanmar e per promuovere gli obiettivi dei «terroristi», che vorrebbero creare nel Rakhine una roccaforte dell’Isis. In due parole, per l’ex Nobel per la Pace San Suu Kyi, sono tutte “fake news”.

Da ottobre del 2016, quando un altro attacco a una caserma della polizia innescò la rappresaglia delle forze di sicurezza, le fake news delle Nazioni Unite dicono che sono 457mila i rohingya fuggiti in Bangladesh.

Per Suu Kyi, schierarsi contro i militari, ancora potentissimi nel Paese, è estremamente complicato. Il rischio è di spingere i generali a riprendersi tutto il potere e a soffocare la delicata transizione verso la democrazia. Fare da eco alla propaganda nazionalista, che dipinge tutti i rohingya come bengalesi immigrati illegalmente, oppure accusare le organizzazioni umanitarie di complicità con i terroristi, va tuttavia molto oltre il pragmatismo politico che suggerisce di evitare lo scontro con l’esercito per un più alto interesse generale. Il quale, a sua volta, in Myanmar sembra iniziare e finire con gli interessi di una sola delle sue etnie, quella burma, maggioritaria e di cui la stessa Suu Kyi fa parte.

La Nobel per la Pace sta però rapidamente esaurendo il credito che si è conquistata con i quasi 15 anni agli arresti domiciliari, il prezzo pagato sulla propria pelle per la battaglia contro la brutale dittatura birmana. Una petizione per chiedere il ritiro del Nobel della Pace, che per quella battaglia le fu assegnato nel 1991, ha già raccolto oltre 400mila firme, comprese quelle di altri Nobel, come Desmond Tutu e Malala. Sembrano sempre più lontani i giorni in cui Suu Kyi, The Lady del film di Luc Besson, veniva paragonata a Nelson Mandela e a Gandhi. Anche perché la pulizia etnica che investe i rohingya non è così diversa dal trattamento che le forze di sicurezza birmane riservano ad altre (più agguerrite) minoranze ai confini con la Cina, secondo un report di Amnesty International. I conflitti con le popolazioni kachin e shah, riesplosi nel 2011, hanno causato 100mila profughi.

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