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Il piano Ue contro i takeover esteri

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Il piano Ue contro i takeover esteri

  • –Beda Romano

bruxelles

I tempi della politica possono improvvisamente accorciarsi. Mancano ancora due anni alla scadenza dell’attuale Commissione europea, nel 2019, ma il discorso che il presidente dell’esecutivo comunitario terrà domani dinanzi al Parlamento europeo è nei fatti l’ultimo che può dirsi realmente programmatico. Nel settembre dell’anno prossimo, la lunga campagna elettorale rischia di essere dietro l’angolo. Vi è quindi inevitabile attesa per l’intervento di Jean-Claude Juncker.

Tre le grandi questioni sul tavolo: la sfida commerciale, la riforma della zona euro, il futuro del mercato unico. Secondo le informazioni raccolte qui a Bruxelles, la Commissione dovrebbe cogliere l’occasione del discorso sullo Stato dell’Unione per presentare una proposta legislativa che servirà per la prima volta a dotare l’Unione di strumenti per monitorare, valutare ed eventualmente bloccare investimenti pubblici o privati provenienti da Paesi terzi, pericolosi per la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico.

I settori strategici

L’iniziativa giunge sulla scia di una lettera che Parigi, Berlino e Roma inviarono all’esecutivo comunitario in febbraio, sollevando timori sull’acquisto di sofisticata tecnologia europea da parte di Paesi terzi (la Cina) in assenza di reciprocità. Nei fatti, il progetto legislativo non trasferisce poteri dalla periferia al centro; lascia l’ultima parola ai governi. Mette però nero su bianco la possibilità che un Paese abbia poteri di ultima istanza nel bloccare eventualmente investimenti provenienti dall’estero.

Più in generale, la proposta serve a completare la legislazione commerciale europea e lancia un messaggio al resto del mondo: l’Unione persegue rapporti commerciali che siano liberi ed equi (free and fair, in inglese). Il testo elenca i fattori che potrebbero indurre un governo a valutare l’opportunità di un investimento e a bloccarlo. Questi sono la natura delle infrastrutture e delle tecnologie (se importanti o meno), la sicurezza dell’offerta, e l’accesso a informazioni sensibili.

Attualmente, circa metà dei 28 governi dell’Unione ha una legislazione nazionale in questo campo. Con il suo regolamento, Bruxelles non vuole imporre a ciascuno Stato membro di legiferare in materia, ma legittima tale facoltà. Inoltre, la proposta della Commissione europea consente all’esecutivo comunitario di valutare essa stessa eventuali investimenti dall’estero, inviando opinioni non vincolanti ai governi coinvolti da una eventuale operazione non-europea.

La reciprocità

Sempre secondo un canovaccio del testo regolamentare, i Ventotto saranno chiamati a informarsi a vicenda sulle loro legislazioni, e su eventuali analisi in corso. Il meccanismo per monitorare gli investimenti è soprattutto nazionale, ma vi sarà un coordinamento europeo. Commenta Alessia Mosca, eurodeputata socialista italiana: «Il fatto che la Commissione abbia finalmente formulato una proposta è sicuramente un fatto positivo (...) Non si tratta di protezionismo, ma di creare una competizione leale».

Sempre sul fronte commerciale, Juncker dovrebbe anche accennare all’idea di spacchettare i prossimi trattati commerciali, prevedendo che la parte di competenza esclusiva europea venga approvata dal Consiglio e dal Parlamento, mentre la sezione che comporta tra le altre cose norme sulla protezione degli investimenti venga sottoposta a una ratifica anche nazionale. L’obiettivo è velocizzare l’entrata in vigore delle intese di libero scambio (si veda Il Sole 24 Ore del 2 settembre).

Nota Sven Giegold, eurodeputato verde tedesco: «Nella sostanza sono d’accordo per europeizzare il processo di ratifica degli accordi commerciali. Purtroppo però non vedo sufficiente attenzione nelle intese di libero scambio alle questioni ambientali e sociali». In campo commerciale, Bruxelles è chiamata a un esercizio di equilibrismo, tenendo conto delle diverse sensibilità nazionali e dei vincoli imposti dai Trattati, tutelando gli interessi europei, ma senza cadere in un protezionismo controproducente.

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