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Una spinta alla politica industriale europea

la dottrina juncker

Una spinta alla politica industriale europea

Jean-Claude Juncker (Epa)
Jean-Claude Juncker (Epa)

Se ci sarà o meno una nuova Europa, più unita, forte e consapevole di sé al proprio interno, più pesante e credibile sulla scena globale lo sapremo solo tra qualche anno. Di sicuro l’attuale momento politico ed economico soffia vento nelle sue vele. Tanto che ieri a Strasburgo, nel discorso sullo Stato dell’Unione, Jean-Claude Juncker ne ha tracciato un possibile identikit, corroborandolo con una tabella di marcia a tutto campo per renderla più solida, efficiente e al passo con i tempi che cambiano precipitosamente.

Non a caso il presidente della Commissione Ue ha cominciato da quella che tradizionalmente sarebbe stato impensabile: nuova politica commerciale, industriale e degli investimenti esteri, tutti argomenti che sino a qualche anno fa erano catalogati tra i tabù intoccabili, destinati a bruciare le mani di chi provava a violarli. Con la globalizzazione però le percezioni sono mutate, anche quelle di Paesi forti e liberisti come la Germania. E così molti veti stanno saltando.

Dunque, la nuova agenda commerciale europea balza al primo posto, perché ogni miliardo di export in più crea 14mila nuovi posti di lavoro: l’Europa resta aperta come sempre agli scambi ma ora pretende reciprocità, basta concessioni a fondo perduto, e l’esportazione dei propri standard sociali, ambientali, alimentari. In questo spirito intende concludere i nuovi accordi di libero scambio: con Giappone, Messico, America Latina fino ad Australia e Nuova Zelanda.

«Non siamo dei liberisti ingenui» ha avvertito Juncker, annunciando la fine dell’era della libertà incondizionata di investire in Europa. D’ora in poi tutti gli investimenti di imprese extra-Ue, specialmente pubbliche e cinesi, in settori strategici come infrastrutture, energia, difesa e tecnologie di punta, passeranno al vaglio europeo in totale trasparenza e a tutela della sicurezza collettiva.

In sintonia con le esplicite richieste di Germania, Italia e Francia.

Anche la politica industriale, da sempre parola impronunciabile, acquista diritto di cittadinanza e diventa la seconda grande priorità della nuova Unione. La strategia per rendere le imprese manifatturiere più dinamiche e competitive mira a farne dei leader mondiali nell’innovazione tecnologica, digitalizzazione e de-carbonizzazione. I mega-investimenti della Cina da qui al 2025 combinati con la sua corsa all’intelligenza artificiale non lasciano alternative all’Europa se vuole difendere crescita economica e benessere duraturi.

Il tutto mantenendo il primato nella lotta ai cambiamenti climatici e avendo un occhio di riguardo alle opportunità ma anche ai rischi dell’era digitale e cyber-attacchi relativi.

La grande svolta industrial-commerciale si accompagna a una proposta di rifondazione e riconciliazione interna sulla base dei valori europei di libertà, eguaglianza e stato di diritto. Significa che l’Ue deve respirare con entrambi i suoi polmoni, dell’Est e dell’Ovest, e non potrà più avere cittadini, lavoratori o consumatori di seconda categoria ma dovrà assicurare le stesse tutele sanitarie, stesse garanzie alimentari, stessi salari per stessi lavori nello stesso posto. Però tutti dovranno rispettare le stesse regole e leggi.

E poi rafforzamento del mercato unico, che vuol dire rinuncia al voto all’unanimità in materia fiscale, dall’Iva alle imposte societarie, alle tasse su transazioni finanziarie e digitali: una vera rivoluzione.

In prospettiva, l’euro sarà la moneta di tutta l’Unione: quindi niente Parlamento né bilancio separati per la futura Eurozona, come proposto dalla Francia di Macron. Sì invece alla trasformazione dell’Esm, il Fondo salvastati, in Fondo monetario europeo, come auspicato dalla Germania.

E sì anche all’euro-ministro dell’Economia e delle Finanze nella persona dell’attuale commissario Ue competente, con il compito di incentivare le riforme strutturali negli Stati membri e coordinare l’uso degli strumenti finanziari Ue in caso di crisi o recessione di uno di essi. Idea quest’ultima che non piacerà ai tedeschi, da tempo diffidenti verso Bruxelles e le sue interpretazioni del patto di stabilità. Ma nemmeno ai francesi che vorrebbero un ministro per rilanciare l’economia e non per digerire nuove intrusioni europee nella gestione delle politiche economiche nazionali.

Infine, un solo presidente europeo, con la fusione di quelli di Commissione e Consiglio Ue, per dare più efficienza interna e una più coerente rappresentanza esterna all’Europa: una vecchia idea, a suo tempo scartata ma prevista nei Trattati, che forse ora potrebbe farsi strada in un’Unione sempre più intergovernativa, dove la Commissione appare più remissiva che in passato ai desiderata dei Governi.

C’è coerenza e ambizione nella dottrina europea di Juncker, che attinge al suo curriculum di europeista di lungo corso e di grande conoscitore della macchina comunitaria. Paradossalmente forse sta qui il limite delle sue proposte. O forse la loro forza: se vuole sopravvivere l’Europa non può continuare a dividersi né forzare la selezione tra i suoi Paesi membri con il modello multi-speed. Tra le righe è questo l’avvertimento di Juncker, il suo appello implicito al principio fondante dell’unità nella diversità. Il problema è che non si sa quanto quel principio resti attuale e percorribile nell’Unione allargata a 27, troppo eterogenea e ingovernabile. Anche se nel mondo globale la dimensione conta: è una carta da giocare, non da trascurare. Ai Governi l’ardua sentenza finale.

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