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Migranti, Orban sfida Merkel

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Migranti, Orban sfida Merkel

  • –Luca Veronese

Sui migranti così come su una maggiore integrazione tra i Paesi europei nel dopo Brexit, l’Ungheria segue una linea totalmente divergente da quella dell’Unione. È concreto il rischio di rottura: con Bruxelles ma anche con la Germania e la Francia.

«Stiamo dicendo esattamente la stessa cosa da almeno due anni. Il sistema delle quote obbligatorie per la redistribuzione sul territorio europeo dei migranti è un sistema pericoloso, è un pull-factor, un sistema destinato a incentivare i flussi migratori, è inapplicabile ed è contrario al senso comune», ha dichiarato ieri Peter Szijjarto, ministro ungherese degli Esteri e del Commercio estero. In altre occasioni Szijjarto era stato anche meno diplomatico: «Il sistema delle quote per ripartire i migranti è assurdo, senza senso. Il nostro governo è totalmente contrario alla ripartizione obbligatoria, non possiamo accettarla. A Bruxelles stanno facendo troppa confusione», aveva detto a questo giornale il numero due del governo di Budapest, uno dei consiglieri più fidati del premier nazionalista Viktor Orban.

Martedì Angela Merkel aveva ribadito che l’Ungheria ha l’obbligo di rispettare la sentenza con la quale la Corte europea di Giustizia ha bocciato il ricorso dalla stessa Ungheria e dalla Slovacchia contro le quote sui migranti: «È inaccettabile che un governo scelga di non considerare una sentenza della Corte europea», aveva detto la cancelliera tedesca.

Ma sui migranti Budapest non è disposta a trattare. La chiusura ai flussi di rifugiati in arrivo soprattutto dal Medio Oriente è una promessa che Orban ha fatto ai suoi sostenitori e alla quale non può rinunciare per non perdere ulteriori consensi a destra per contenere la destra xenofoba del movimento Jobbik. Anche così si spiegano il muro costruito nel 2015 al confine meridionale con la Serbia per bloccare le rotte balcaniche dei profughi, e il referendum organizzato l’anno passato per ritrovare consensi sfruttando la paura verso i migranti.

Non si può ipotizzare una “Hungexit”, semplicemente perché il governo di Budapest non intende in alcun modo uscire dalla Ue, non vuole allontanarsi dal mercato e dai partner commerciali di riferimento e certo non intende perdere i fondi strutturali comunitari. Non vuole tuttavia rinunciare al nazionalismo e rifiuta molti elementi distintivi delle democrazie europee, a cominciare dalla necessaria convivenza tra diverse culture. Tanto che per l’Unione europea, un chiarimento definitivo con l’Ungheria (oltre che con la Polonia di Jaroslaw Kaczynski) sembra sempre più inevitabile.

Nel nome della sovranità nazionale, Szijjarto, ieri, ha stroncato anche la proposta di un’Europa più unita avanzata dal presidente francese Emmanuel Macron: «Sono in completo disaccordo con l’idea che riducendo la sovranità a livello dei Paesi membri l’Europa può essere più forte. Penso che questa idea ci porti in una strada senza uscita». Budapest è favorevole a una Difesa comune europea ma non è disposta a cadere a Bruxelles le leve dell’Economia che considera determinanti per la competitività del Paese.

E sottolineando la compattezza del Gruppo di Visegrad, Szijjarto ha assicurato che l’Ungheria - assieme a Polonia, Slovacchia e Cechia - è «pronta a lottare e non si arrenderà mai» alle politiche europee sui migranti e alle quote sui migranti.

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