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Se l’Ucraina allontana Trump da Washington

l’idea americana di armare kiev

Se l’Ucraina allontana Trump da Washington

Il segretario alla Difesa americano James Mattis con il presidente ucraino Petro Poroshenko (Reuters)
Il segretario alla Difesa americano James Mattis con il presidente ucraino Petro Poroshenko (Reuters)

L’Ucraina lentamente riaffiora. Non solo ieri che il presidente russo Putin inizia i suoi giochi di guerra sul Baltico e nell’Est Europa perché suocera intenda (la Nato), ma nelle ultime settimane quando Washington manda precisi segnali. Il 27 agosto Kurt Volker, inviato speciale della casa Bianca in Ucraina, già ambasciatore alla Nato per George W. Bush, dice che russi, europei e ucraini sono d’accordo su un punto: con il processo di Minsk (accordo Minsk II implementato nel febbraio 2015) non «si va da nessuna parte», gli Stati Uniti pensano quindi a muovere un po’ le cose. «L'amministrazione americana - dice al Financial Times Volker, in carica da luglio - sta pensando seriamente di cambiare rotta e inviare armi all'Ucraina» perché «fin quando non si trova una soluzione lì il rapporto russo-americano è paralizzato».

Tre giorni prima, il 24 agosto, il segretario alla Difesa James Mattis atterra a Kiev per il 26esimo anniversario dell'indipendenza ucraina dall'Unione Sovietica, ospite più che gradito del presidente Petro Poroshenko. L’ex generale rassicura il leader ucraino e osserva che «non è semplice creare uno stato sovrano specialmente se la Russia ne viola l’integrità territoriale».

A Mosca Putin registra e incassa ma aspetta qualche giorno prima di replicare, sceglie bene l’occasione, la domanda di un giornalista al vertice dei Brics a Xiamen in Cina il 4 e 5 settembre: «se gli Stati Uniti armano l’Ucraina - dice Putin - non fanno altro che riaccendere la guerra nell’Est del Paese e spingere i separatisti del Donbass ad allargare il conflitto».

Non si ricorda mai abbastanza che la nuova Stagione Fredda fra Russia e Stati Uniti tre anni fa parlava ucraino. La prima guerra in Europa dal conflitto nei Balcani, scoppiata per un trattato di libero scambio che a fine 2013 valeva poche righe sull'Economist e nel febbraio 2014 diventava la rivoluzione contro il presidente filorusso Yanucovich poi deposto, ha fatto 10mila morti in tre anni. Ed è l’inizio di una storia che ha poi trovato altri palcoscenici.

A poco a poco come vi fosse una regia,il teatro dello scontro russo-americano si sposta in Siria, dove Putin diventa alleato sempre più visibile del dittatore siriano Assad, ma soprattutto adesso negli stessi Stati Uniti con il Russiagate, la lunga inchiesta giudiziaria nonché battaglia mediatica che mira a provare interferenze russe nell'elezione del presidente Usa 2016 e soprattutto legami non chiari fra Trump e il suo clan e Putin e il Cremlino. Il Russiagate porta la guerra in casa degli americani, una guerra di propaganda non di morti che indebolisce più il dibattito pubblico e la coesione nazionale che lo stesso presidente Trump, semina sospetti e come la goccia cinese corrode una opinione pubblica già divisa e invelenita.

“Non è semplice creare uno stato sovrano specialmente se la Russia ne viola l’integrità territoriale”

James Mattis, segretario della Difesa a il 24 agosto a Kiev (Ucraina)  

Nel frattempo l'Ucraina sparisce dai radar e dalle home page, nota Volker. Si accetta lo status quo, la Crimea di nuovo russa, le sanzioni di Stati Uniti e Ue contro la Russia espulsa dal G8 che da quel momento diventa G7. Le conseguenze negative per l’economia russa ed altri partner commerciali come l'Italia. Gli accordi di Minsk promettono pace ma si risolvono in un conflitto a bassa intensità.

Se Trump e i suoi uomini decidessero di dotare l’Ucraina di armi con cui difendersi da aggressioni esterne (leggi, russe) sconfesserebbero la linea Obama che negò aiuti militari e riporterebbero la storia di questa Stagione Fredda alla prima scena. Il che irriterebbe profondamente Putin e forse comprometterebbe un reset delle relazioni russo-americane nonché i passi avanti compiuti dal Paese, scriveva ieri anche The Nation, rivista americana di sinistra. Perché mentre l’attenzione dei russi si è spostata in Siria e nel Medio Oriente e adesso anche nella penisola coreana, dove Putin è sempre più presente, l’Ucraina «lentamente è andata avanti - spiega al Sole24Ore Balazs Jarabik, ricercatore al Carnegie Endowment for International Peace -. Vi sono state una stabilizzazione macroeconomica, una solida crescita economica, e seppur lentamente sono state avviate riforme in settori chiave».

«Tuttavia Kiev - prosegue Jarabik - è sempre molto sensibile a qualsiasi cosa faccia la Russia e molto attenta ad assicurarsi l’appoggio occidentale. Si è seriamente preoccupata quando è stato eletto Trump ma nonostante questa Casa Bianca mostri “meno entusiasmo” per l’Ucraina, gli aiuti americani non sono venuti meno». Jarabik chiarisce anche un punto fondamentale «i russi non hanno appoggiato tutti i separatisti ma quelli forti abbastanza da bloccare l’esercito ucraino». Mosca è intervenuta selettivamente «due volte, nell’agosto 2014 e nel febbraio 2015 per assicurarsi che l’esercito ucraino non prevalesse sui ribelli del Donbass, due interventi che hanno portato agli accordi di Minsk indigesti per Kiev e l’opinione pubblica ucraina. Mosca continua ad appoggiare militarmente e finanziariamente i ribelli del Donbass, regione che però non ha annesso. Kiev sostiene che se la Russia continua così, non vi sarà alcuna soluzione politica».

A Kiev è iniziata oggi la conferenza annuale Yalta European Strategy. Questa la foto ricordo twittata dall’ex segretario Nato Anders Fogh Rassmussen, assieme a due ex segretari di Stato Usa, John Kerry e Condoleeza Rice, l’ex premier britannico David Cameron

Nel Donbass intanto è ancora difficile distinguere fra buoni e cattivi, ammesso che una guerra anche a bassa intensità conceda questo lusso. «La situazione nell’Est del Paese rimane tesa nonostante l’accordo Minsk II presupponesse cessate il fuoco e ritiro di armi pesanti da entrambe le parti» dice al Sole24Ore Tanya Cooper, responsabile Ucraina di Human Rights Watch. «In questa area civili arrestati sia dagli ucraini sia dai separatisti appoggiati dai russi subiscono seri abusi, detenzioni arbitrarie, torture, a volte spariscono. In questi ultimi mesi il governo ucraino ha varato diverse misure che restringono la libertà di espressione e di stampa, motivandole con la necessità di contrastare l’aggressione militare russa che non è fatta solo di iniziative militari ma di propaganda anti-ucraina. Per questo motivo sono stati anche espulsi diversi giornalisti stranieri. L’omicidio di Pavel Sheremet (giornalista ucciso a Kiev il 20 luglio 2016 con mezzo chilo di tritolo piazzato sotto la sua vettura ndr) e altri attacchi ai media rimangono irrisolti, la comunità dei media è spaventata. In Crimea - conclude Cooper - i tatari sono perseguitati per la loro pacifica opposizione all’occupazione russa della penisola».

Le diplomazie tendono a riassumere tutto ciò con la parola «stallo», ai russi potrebbe anche andare bene così. «Se gli Stati Uniti armano l’Ucraina come hanno detto (manderebbero anti-carro e missili antiaerei ndr) - spiega Jarabik - non sarebbe un grosso aiuto per Kiev, rientrerebbe in un pacchetto “difesa”. Certo è che Mosca interpreterebbe la decisione come un’escalation e potrebbe di nuovo alzare il livello della tensione nel Donbass o in qualsiasi altro scenario in cui sono impegnati i militari americani. Il fatto è che Mosca vede nel dibattito “armare o meno l’Ucraina” - che aveva più senso tre anni fa quando si combatteva sistematicamente non adesso - parte di una battaglia fra l’establishment e il presidente Trump. Il segretario alla Difesa Mattis a Kiev non ha infatti promesso esplicitamente nessun invio di armi. Credo che le sue parole rimarranno nell’aria per un po’, in attesa di essere riesaminate».

Alla base di quelle parole c’è però un’idea che Mattis condivide con un altro ministro “indipendente” di Trump, il capo della diplomazia Rex Tillerson.

Intanto ieri sera Heather Nauert, portavoce del dipartimento di Stato americano, ha così risposto all’ipotesi di una proposta che dovrebbe essere formulata da Kiev all'assemblea generale Onu: «Pensiamo che l'ipotesi di una forza di peacekeeping Onu nell'Ucraina dell'Est sia certamente un'idea che vale la pena esplorare». Nelle stesse ore il Consiglio Ue prorogava di altri sei mesi, fino al 15 marzo 2018, sanzioni a 149 persone e a 38 entità russe che in vario modo «pregiudicano, compromettono o minacciano integrità territoriale, sovranità ed indipendenza dell'Ucraina».


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