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Web tax, perché l’India è il modello da seguire

l’analisi

Web tax, perché l’India è il modello da seguire

(Afp)
(Afp)

I ministri dell’Economia di Italia, Francia, Germania e Spagna hanno firmato una dichiarazione comune per raggiungere una soluzione soddisfacente alla tassazione delle imprese digitali a livello europeo. La dichiarazione è stata inviata alla presidenza estone e si è discussa ieri all’Ecofin informale a Tallinn.

Questo passo è una novità fondamentale e ha un valore senza precedenti sul piano fiscale. È la prima volta, infatti, che viene proposta una dichiarazione politica congiunta sul piano europeo di questa forza che sottolinea il valore e l’urgenza di definire un sistema fiscale equo ed efficiente per l’economia digitale. Nella tassazione dei profitti delle società i progressi sono stati lenti e siamo ancora molto lontani dall’aver trovato una soluzione soddisfacente. Ma essa va rapidamente trovata poiché l’economia digitale, dal 10% del Pil dell’area Ue, passerà tra un decennio al 30-40 per cento. Quindi, il gettito a rischio è molto alto e potrebbe avere conseguenze rilevanti sulla sovranità fiscale di un paese, sul modello sociale europeo, sulla sostenibilità stessa dei conti pubblici.

I messaggi fondamentali della dichiarazione sono due. Il primo afferma che iniziative unilaterali (nazionali) sono destinate a fallire e che nella tassazione internazionale servono approcci comuni, soprattutto nel digitale, che riguarda beni e servizi sostanzialmente intangibili e immateriali. La dichiarazione auspica per l’appunto l’importanza di presentare in tempi brevi una soluzione comune a livello europeo. Il secondo richiede invece un nuovo approccio alla tassazione dell’economia digitale, passando da un’imposta sulle società (profitti) a una sui ricavi delle web company.

Sia chiaro, non deve esserci alcun intento punitivo, si tratta invece di dare risposta a un’esigenza di efficienza ed equità diffusa e ridurre l’ampia area di elusione fiscale che le società – digitali e non – riescono a realizzare. La dichiarazione dei ministri propone di continuare nello sforzo di definire una base imponibile comune (Cctb e Ccctb) dell’imposta sulle società sul piano Ue. Ma anche, nell’attesa di vedere se un accordo possa esser trovato, di introdurre un prelievo compensativo (equalization levy) sui ricavi delle società, per raggiungere un livellamento del peso fiscale.

Resta qualche pessimismo sull’esito del percorso Comunitario. Oltre alla definizione di una base imponibile comune, la vera difficoltà è quella di trovare un accordo sulle regole di una sua ripartizione tra i diversi paesi Ue, soprattutto per le imprese digitali per le quali è difficile stimare in modo adeguato il profitto: queste aziende, infatti, trattano di fatto royalties e intangibles, quindi riescono facilmente, con il transfer pricing e altre strategie, a occultare i ricavi e con vari tax ruling a minimizzare il pagamento delle imposte. La dichiarazione comune prevede perciò, nel caso in cui fallisse il tentativo europeo sulla base imponibile, di optare per una digital tax sui ricavi delle imprese digitali.

La proposta delinea un principio generale, non affronta i diversi e molteplici dettagli operativi, ma nel complesso va nella giusta direzione. Il punto chiave è che le imprese digitali presentano varie forme di ricavi – ad esempio, per citare i più rilevanti, ricavi da pubblicità online, sottoscrizione di piattaforme web con un fee, servizi premium, cloud computing, raccolta e utilizzo di big data e molto altro ancora. Gli utenti stessi sono una fonte importante di valore economico e di ricavo (big data). Il valore dei dati si trova nella loro “quantità e qualità”. Questi big data possono essere raccolti, aggregati, analizzati, profilati, trasmessi e rivenduti e sono la nuova vera linfa dell’economia globale.

L’aspetto delicato è definire il funzionamento operativo dell’imposta: da chi verrebbe riscossa (imprese o contribuenti)? Come e a chi (Tesori nazionali?) sarebbe versata? Vanno evitati contenziosi senza fine tra gli stati e la Commissione – come con il clearing mechanism Iva. Infine, con quale l’aliquota?

Seguendo l’esperienza dell’India, nella dichiarazione si suggerisce di introdurre un’equalization levy, cioè un’imposta compensativa sui ricavi delle imprese che non hanno una presenza economica significativa (digitale) nei vari stati Ue. È tuttavia opportuno lasciarsi aperte tutte le strade e non optare solo per un prelievo compensativo. Un prelievo “puro” sui ricavi basato su un “contatore digitale”, forme di ritenuta alla fonte sulle piattaforme multisided e infine eventuali forme di accise sui dati – la bit tax, che è il tipo di tassazione più genuina ma più costosa sul piano politico. Il punto di fondo è che alla fine qualsiasi ipotesi di imposta digitale deve fare affidamento su una misurazione fisica dei contenuti digitali delle varie attività economiche: ecco, appunto, la necessità di un contatore digitale del traffico dati (quantità e qualità) e del numero degli utenti.

Siamo sulla strada giusta, il primo passo è stato fatto, finalmente è emersa la consapevolezza che l’economia digitale rappresenta una grande opportunità ma anche un rischio elevato per la sovranità fiscale degli stati e l’equità.

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