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Trump, il ritorno degli Stati canaglia

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Trump, il ritorno degli Stati canaglia

  • –Marco Valsania

NEW YORK

Donald Trump ha tenuto a battesimo la sua America First all’Onu. E non ha lasciato dubbi sull’immagine di forza e determinazione nazionalista che vuole proiettare, soprattutto nei confronti dei nemici: se necessario, se diplomazia e pazienza falliranno, se Washington dovrà difendersi e proteggere gli alleati, «non avremo altra scelta che distruggere totalmente la Corea del Nord».

Kim Jong-un, ribattezzato «rocket man», l’uomo dei missili, «è in una missione suicida»; Pyongyang e la sua «depravata banda di criminali» devono rendersi conto che «la de-nuclearizzazione è il solo futuro».

Ancora, invocando una crescente mobilitazione internazionale per isolare il regime: Kim «minaccia il mondo intero» e se «i giusti non fronteggiano i pochi malvagi il male prevarrà». Parole quasi altrettanto dure Trump le ha riservate all’Iran, definito regime corrotto e violento che inneggia alla «morte per l’America» e alla distruzione d’Israele. L’accordo sul nucleare con Teheran, ha incalzato lasciando presagire che potrebbe affossarlo, è «un imbarazzo», tra le intese «peggiori mai accettate dagli Stati Uniti».

Ma se la furia retorica è risuonata a lungo nella sala della 72esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite - figlia di un discorso preparato dal consigliere di estrema destra Stephen Miller, ex protetto di Steve Bannon - Trump ieri ha anche cercato di mantenere aperti i ponti con il mondo. Nel debutto al Palazzo di Vetro, prima occasione di ascoltarlo per tanti dei 190 leader internazionali preoccupati da un neo-isolazionismo americano, ha rivendicato che la sua dottrina di politica estera, l’enfasi sulla difesa di interessi nazionali, non è affatto inconciliabile con l’impegno multilaterale. Anzi, ne garantisce fondamenta solide e equilibrate attraverso maggior condivisione di oneri e responsabilità. «Gli Stati Uniti sono un grande amico del mondo, e soprattutto dei loro alleati, ma nessuno deve approfittarsene», ha detto sottolineando che Washington versa il 22% del budget dell’Onu.

«La forza di questa istituzione - ha incalzato - dipende dell’indipendenza dei suoi membri». Che per rinsaldare una cooperazione pragmatica e realistica, ispirata a «risultati e non a ideologie», devono sposare solo due principi: «Rispetto degli interessi della loro popolazione e diritti di altri Paesi sovrani». America First, insomma, è un modello da esportare di nuovo «patriottismo» e «devozione» alla propria prosperità. Dalle scelte di tutti i leader dipenderà poi se il mondo, «preda di conflitti e con regioni che stanno andando all’inferno», raggiungerà «nuove vette o cadrà in disperazione».

Il presidente americano, nel suo discorso, ha preso di mira una litania di nemici e crisi: il «perdente» terrorismo islamico; il regime venezuelano di Nicolas Maduro; anche Cuba. E tutti i «poteri autoritari che vogliono il collasso di valori, sistemi, alleanze che hanno spinto il mondo verso la pace dopo la Seconda Guerra Mondiale».

Su un grande dramma globale quale i migranti, il presidente ha detto che l’America ha compassione ma sostiene soluzioni vicine ai Paesi d’origine, perché simili flussi migratori sono «ingiusti sia per le nazioni che li ricevono che per quelle di partenza».

La sfida per Trump era coniugare il nazionalismo economico e politico che l’ha eletto con i requisiti di diplomazia e leadership internazionale. Una missione ancor più sotto i riflettori per l’assenza quest’anno dall’Assemblea Generale di protagonisti quali il cancelliere tedesco Angela Merkel, il presidente russo Vladimir Putin e il cinese Xi Jinping. E perché Trump è salito sul podio dopo aver a lungo aggredito l’Onu come inutile o dannosa per gli interessi statunitensi.

Di recente la prospettiva si era però affinata, sullo stimolo proprio all’imperativo di stringere d’assedio con sanzioni la Corea del Nord: alle critiche si sono affiancati omaggi al suo potenziale sotto il segretario generale Antonio Guterres. Uno spostamento incoraggiato dallo scaltro lavoro, con i partner e con la Casa Bianca, dell’influente ambasciatore al Palazzo di Vetro Nikki Haley. Già lunedì, a un evento americano sulla riforma dell’organizzazione, Trump aveva stemperato critiche e minacce di affamare le Nazioni Unite.

Tra gli altri interventi di ieri all’Assemblea generale, il più ascoltato è stato però quello del presidente francese Emmanuel Macron: ha esposto una visione di mondo interdipendente alternativa a quella del leader americano, difendendo accordi globali quali il patto sul clima e l’intesa con l’Iran.

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