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May vuole allungare i tempi di Brexit: «Due anni in più per…

IL DISCORSO DI FIRENZE

May vuole allungare i tempi di Brexit: «Due anni in più per attuare gli accordi»

Theresa May durante il discorso che ha tenuto a Firenze (Ap)
Theresa May durante il discorso che ha tenuto a Firenze (Ap)

La Gran Bretagna non è la Svizzera. E non è il Canada. Nel discorso su Brexit, la premier britannica Theresa May ha chiesto per il Regno Unito un accordo del tutto nuovo che tenga conto delle specificità del suo paese e ha concesso qualche timida apertura ai negoziatori di Bruxelles. Per farlo, ha scelto una città europea: Firenze, il monastero di Santa Maria Novella, forse per mostrare ai suoi interlocutori europei che non si trattava, o non si trattava soltanto, di un intervento di propaganda politica interna.

No a un accordo in stile svizzero
Il governo britannico dice no quindi a un ingresso nell'Eea, l'Area economica europea, che renderebbe la Gran Bretagna, di fatto, un paese membro dell'Unione europea senza diritto di voto nelle decisioni di Bruxelles; ma neanche un accordo di libero scambio come quello stretto con il Canada, e non ancora del tutto applicato, perché non garantisce, ha detto, un pieno accesso ai reciproci mercati. Non nel settore dei servizi finanziari, per esempio, che è cruciale per la Gran Bretagna.

«Mai a casa nostra nella Ue»
La Gran Bretagna, ha in sostanza detto Theresa May, ha una storia diversa: esce dall'Unione europea – nella quale, ha aggiunto, «non si è mai sentita a casa» – e oggi condivide le sue regolamentazioni. Gli interessi comuni sono molti e la Gran Bretagna «vuole camminare mano nella mano con l'Unione europea, piuttosto che farne parte».

Due anni dopo il 2019 per applicare le intese
Cosa offre per ottenere questo trattamento speciale, questa “flessibilità” da parte europea? La premier britannica ha precisato che tutti gli impegni presi finora da Londra saranno rispettati. Il Regno Unito intende inoltre continuare a partecipare, anche finanziariamente, ad alcuni progetti: la sicurezza, innanzitutto, ma anche l'istruzione, la ricerca e la cultura.
Dopo l'uscita ufficiale dall'Unione fissata, in base all'articolo 50 del trattato, il 29 marzo 2019, la May propone due anni di «applicazione» delle intese, durante i quale resterà garantito, tra l'altro, il libero accesso ai rispettivi mercati. May ha introdotto qui – forse a fini di consenso interno – una terminologia nuova: non ha parlato più di “transizione” (termine che i negoziatori britannici continuano invece ad usare).

Nessun passaggio brusco
È, questo della fase di applicazione, un elemento importante per dare certezze alle imprese e ai cittadini: non ci sarà nessun brusco passaggio da un regime all'altro. La premier, in questa chiave, ha anche voluto rassicurare i cittadini Ue attualmente nel Regno Unito, tra i quali 600mila italiani: non cambierà nulla nei loro diritti, ma sarà necessaria una loro registrazione.
La Gran Bretagna propone inoltre la creazione di un organismo congiunto, in posizione terza, per la risoluzione delle dispute: i conflitti legali, ha spiegato, non possono essere risolti dalla Corte di Giustizia né dai tribunali inglesi.

In cerca di spiragli
La May non ha offerto molto, in realtà. Anche se la fase in cui «nessun accordo è meglio di un cattivo accordo», sembra superata. Di fronte alla durezza della Ue che vuole che si rispetti il principio delle quattro libertà (la libertà movimento delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali) non vuole creare un incentivo a uscire per altri paesi – un obiettivo a cui la May non ha dato risposta – la premier sta cercando di aprire uno spiraglio per il suo paese.

La tensione con l’ala di Boris Johnson
Non senza difficoltà interne. La lunghezza del periodo di “applicazione”, che è una vera transizione, corre il rischio di essere letta come un tradimento dai più radicali tra gli elettori favorevoli al leave. Boris Johnson – presente ieri a Firenze, nel tentativo di far apparire unito il governo – si è già preparato a far sentire la loro voce. Al di là dell'accordo di facciata, le tensioni tra i due politici non sembrano inoltre sopite: se Johnson ha chiesto minori standard ambientali e minori tutele per i lavoratori, la May ieri ha detto che i britannici non vogliono, tra altre cose, «un ambiente scadente o forme di sfruttamento sul lavoro: non posso mai immaginare che pensino che queste cose siano accettabili. Il governo che guido è impegnato non solo nel proteggere standard elevati, ma anche a rafforzarli». Un messaggio preciso al suo ministro degli Esteri.

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