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Viaggio nel Kurdistan che vota per l’indipendenza, tra paura e…

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Viaggio nel Kurdistan che vota per l’indipendenza, tra paura e disillusione

Epa
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Dal nostro inviato - Accompagnato da un suo parente, Wali Hamad Ahmad, 76 anni, non riesce a vedere che a pochi centimetri. Nella sua vita ne ha viste tante, e ora si permette di sorridere al nulla ebbro di una felicità che pensava – sostiene – di aver perso. “I popoli hanno bisogno di indipendenza. Come io ho bisogno della vista. Altrimenti restano malfermi. Sono stato una vittima dell'esodo forzato di Saddam Hussein, quando ci cacciò da Kirkuk, delle sue persecuzioni. Non credo nel Governo iracheno. Ho aspettato una vita intera questo momento. Ma ora vi assicuro che noi curdi vogliamo vivere in armonia con le altre minoranze”.

Il seggio elettorale improvvisato nella scuola di Kirkuk, la città contesa tra curdi e iracheni, dove ieri si è svolto il referendum per l'indipendenza del Kurdistan, è gremito. Centinaia di peshemerga curdi, armati fino ai denti, presidiano ogni angolo di questa città cosmopolita, ricchissima di petrolio, ufficialmente territorio iracheno ma ormai sotto il totale controllo dei curdi dal 2014, quando l'esercito di Baghdad fuggi e i peshemerga la difesero.

Per l'occasione ogni elettore si presenta al seggio con i tipici vestiti tradizionali. “Siamo curdi, Votiamo per uno Stato indipendente. Vogliamo avere gli stessi diritti di cui godono i cittadini degli altri stati indipendenti. No. Non abbiamo paura di quello che accadrà dopo. Non abbiamo avuto paura delle persecuzioni e del genocidio di Saddam, perché dovremmo avere paura della Turchia?”, ci precisa Amwar Ali, 62 anni.

I curdi di Kirkuk pronti a festeggiare la vittoria del referendum

Le sue parole sono interrotte dalle raffiche sparate in cielo. In strada le strade sono bloccate. Canti, grida e balli. L'entusiasmo prevale su tutto. Anche sul realismo. Quasi che i curdi di Kirkuk si fossero illusi di poter vivere solo di un'indipendenza, peraltro solo promessa. Ma la chiusura delle frontiera e dello spazio aereo da parte dell'Iran e della Turchia, misura adottata su richiesta del Governo iracheno, e l'esercito turco ammassato proprio al confine non sono certo segnali incoraggianti. Ancora meno le minacce espresse dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan di adottare sanzioni economiche capaci di stroncare il Kurdistan iracheno ancor prima che divenga realmente indipendente. “Vediamo attraverso quale canale il governo della regione settentrionale dell' Iraq esporterà il suo petrolio, o dove lo venderà. Siamo noi ad avere il tappo. Nel momento in cui lo chiudiamo è fatta.”

Si pensava a misure di ritorsione da parte della Turchia, che dei curdi iracheni è sempre stata l'alleato più vicino e più solido, il loro primo partner commerciale che con l'oleodotto Kirkuk Cheyan permette di esportare il petrolio curdo nel mondo. “Siamo sconcertati da questo tentativo. Il referendum indetto dal governo regionale del Kurdistan è contro il buon senso e mette in pericolo la pace e la stabilità non solo della Turchia, ma anche quella della regione” si legge nella nota del ministero turco che ha anche raccomandato ai propri concittadini di lasciare il Kurdistan iracheno.

Viaggio a Kirkuk, la città contesa che attende il referendum

Se alle parole seguissero i fatti sarebbe una tragedia per il Governo regionale del Kurdistan (Krg), già alle prese con un debito di 22 miliardi di dollari, superiore al suo prodotto interno lordo, incapace di pagare i salari di un esercito di pubblici funzionari (quasi un milione e mezzo su cinque milioni). E orfano delle entrate che il Governo di Baghdad aveva pagato fino al 2014 (il 17,5% del budget iracheno), ovvero prima che il Krg decidesse unilateralmente di esportare attraverso la Turchia il greggio estratto nei sui territori e perfino quello dei giacimenti di Kirkuk.

L'affluenza naturalmente è stata alta, l’80% un'ora prima della chiusura dei seggi. L'esito del voto (gli elettori erano 5,2 milioni) è scontato. Ma i problemi iniziano ora. E l'analisi di Miriam Ibrahim 25 anni , 3 bambini è forse la più lucida, oltrechè la più coraggiosa. “Ho votato no – ripete con forza mentre si aggiusta il velo nero ornato di perle - Le autorità curde non hanno fatto nulla per noi cittadini. Ora non nutriamo alcuna speranza nelle loro promesse. Ci dicono di aver creato uno stato indipendente per il popolo curdo, ma io sono sicura che non diventerà un Stato indipendente per i curdi. È il caos. Il governo iracheno, quello turco e quello iraniano hanno interrotto le relazioni con noi. Se prima non ci sostenevano, quanto meno erano in relazione con noi. Io non voglio interrompere le relazioni con il governo iracheno perché, volenti o nolenti, ne abbiamo bisogno”.

“In strada le strade sono bloccate. Canti, grida e balli. L'entusiasmo prevale su tutto. Anche sul realismo”

 

Insomma per l'Iraq e per la Turchia il referendum è come se non fosse mai avvenuto: per il Governo di Ankara il referendum è “nullo e vuoto”, per quello di Baghdad , deciso “ad assumere tutte le misure per salvaguardare l'unità della nazione e proteggere tutti gli iracheni, - è incostituzionale.

Se non può accettare di restare orfano delle regioni settentrionali del Kurdistan, tanto meno Baghdad può tollerare che le regioni contese, abitate anche da consistenti minoranze arabe, siano anche soltanto argomento di negoziato. “Il referendum non significa che l'indipendenza arriverà domani, nè che stiamo ridisegnando i confini. Se vincerà il sì risolveremo i nostri argomenti con Baghdad in modo pacifico”, ha dichiarato il premier del Krg Nechirvan Barxani, augurandosi di mantenere buoni rapporti con la Turchia.

Ma la scheda che un'esultante presidente di seggio elettorale ci ha mostrato è inequivocabile: “Volete che la regione del Kurdistan e le regioni curde fuori dalla regione (del Kurdistan) diventino uno Stato indipendente?” I curdi ora preferiscono festeggiare. L'entusiasmo per un sogno coltivato da 100 anni, ai loro occhi prossimo a realizzarsi a oscurato tutto il resto. Anche il pragmatismo.

La sera la grande piazza di Erbil sovrastata dall'imponente cittadella è gremita. Bandiere, canti, balli, e fuochi di artificio. Un modo diverso rispetto alle raffiche sparate in aria nella focosa Kirkuk.Canti e balli quasi per esorcizzare la paura. La compagnie turche hanno fermato i voli negli aeroporti curdi. Ed ora il piccolo Kurdistan iracheno, che ancora non è uno Stato, è sempre più isolato. Somiglia un poco al Qatar, sotto embargo aereo navale e terrestre ormai da tre mesi. Con una differenza, il Kurdistan è senza sbocchi sul mare. A nord la Turchia, a Oriente l'Iran a sud l'Iran. Ed a occidente la regioni siriane controllate dall'Isis. Ed è molto più povero del ricchissimo emirato, probabilmente lo sarà sempre di più nelle prossime settimane. La strada per l'indipendenza è tutta in salita.

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