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Giappone: contro Abe nasce il Partito della Speranza

verso le elezioni anticipate

Giappone: contro Abe nasce il Partito della Speranza

Yuriko Koike (Ap)
Yuriko Koike (Ap)

TOKYO – Mentre il Giappone va verso elezioni anticipate, i calcoli del premier Shinzo nel chiamare il popolo alle urne con oltre un anno di anticipo - e l'aggiunta di una manovra di sapore populista di nuovi stimoli all'economia con un rafforzamento del welfare - potrebbero essere sparigliati dalla nascita di un nuovo partito: il Partito della Speranza, Kibo no To. L’ha tenuto a battesimo la dinamica governatrice di Tokyo, Yuriko Koike, che fu ministra (a Difesa e Ambiente) ed esponente del partito di Abe (il Liberaldemocratico) prima di distaccarsene. Reduce dal trionfo elettorale nelle elezioni metropolitane – in cui e' scesa in campo contro il candidato ufficiale del’Ldp – ora ha deciso di fare il salto verso la politica nazionale.

Il nuovo schieramento sta già facendo da polo aggregatore di politici di diversa estrazione - compreso un senior viceministro del governo Abe, Mineyuki Fukuda – sotto l’attivismo di un ex dell'Ldp, Masaru Wakasa, e di un transfuga del Partito Democratico di opposizione, Goshi Hosono. Il programma non è ancora molto chiaro, ma l'appello agli elettori avverrà in nome della trasparenza, di una efficienza riformistica e della lotta a interessi nascosti. Il livello di affermazione del Kibo no To appare come la grande incognita delle elezioni e la maggiore insidia per il futuro politico di Abe, il quale in ogni caso tra un anno sara' di fronte al passaggio decisivo delle elezioni per il rinnovo della carica di presidente del Partito Liberaldemocratico.

Le motivazioni di Abe
Con due giustificazioni non del tutto convincenti, Abe ha annunciato ieri che giovedì scioglierà la Camera Bassa, indicendo elezioni generali che con tutta probabilita' si terranno il 22 ottobre. Ha parlato a sorpresa perfino di «crisi nazionale» di fronte alle minacce nordcoreane: per questo cercherà un mandato nuovo per perseguire una linea dura nei confronti di Pyongyang. L’altra motivazione per anticipare il voto – cosa che il 64% dei giapponesi non comprende e non approva – è stata di politica economica: legittimare una maggiore spesa sociale da finanziare con una parte del previsto rialzo dell'imposta sui consumi dall'8% al 10% - che lui aveva già rinviato due volte – anche a costo di non raggiungere il sospirato pareggio di bilancio nella spesa primaria finora fissato per il marzo 2021. Senonché l’aumento dell’Iva è ancora lontano (ottobre 2019), mentre le tensioni con Pyongyang sembrerebbero piuttosto deporre contro l'introduzione di una sospensiva politica: non pare proprio essenziale una rinnovata “legittimazione” per consentire ad Abe fare il duro in politica estera e il morbido sul fronte del bilancio. Inoltre è da poco avvenuto un vasto rimpasto nel governo e oggi la coalizione di governo gode di una maggioranza parlamentare di due terzi, che quasi sicuramente perderà.

Dietro le quinte

L'arcano si spiega, secondo gli analisti politici non filogovernativi, con motivazioni più sottili. Appare chiaro che il premier tenda a cogliere al balzo il fattore-Pyongyang e i segnali di ripresa economica per capitalizzare sulla ripresa di consensi per il governo, risaliti intorno al 50% dal tonfo di luglio intorno al 30% avvenuto sulla scia di un paio di scandali che l'hanno toccato. Abe eviterà così di essere torchiato alla Dieta su due controversi casi di favoritismo nell'approvazione di istituti educativi: vicende finite in sordina dopo i due missili nordcoreani passati sopra lo spazio aereo nipponico. Inoltre il preannuncio di una manovra addizionale di spesa da 2mila miliardi di yen (15 miliardi di euro) entro fine anno – se pure sconfina in populismo elettorale – dovrebbero ammansire alcune fasce di elettorato, con la promessa di educazione prescolare e “child care” gratuite, oltre a minori oneri per l'istruzione superiore.

Quello che attualmente è il maggiore partito di opposizione, il Partito Democratico, è nel marasma dopo le dimissioni della leader Renho e la nomina del redivivo Seiji Maehara a presidente, subito seguita da dimissioni di vari membri. Abe, evidentemente, ha pensato che fosse meglio non dare tempo alle opposizioni di organizzarsi meglio. Sembra avere sottovalutato la determinazione della Koike, che anche in tempi brevissimi ha dato vita a un partito che rappresenterà per gli elettori una alternativa a un Abe non più tanto popolare dopo 5 anni consecutivi di potere.

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