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La Cina blocca WhatsApp. La «Grande Muraglia» colpisce ancora

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La Cina blocca WhatsApp. La «Grande Muraglia» colpisce ancora

(Bloomberg)
(Bloomberg)

La Cina ha bloccato WhatsApp. La popolare applicazione di messaggistica istantanea, di proprietà di Facebook, nelle ultime ore ha iniziato a funzionare a singhiozzo per poi spegnersi definitivamente in tutte le regioni del Paese del Dragone. Una mossa, questa, che conferma la corsa alla censura del governo cinese. Secondo alcuni analisti Pechino sta innalzando nuove barriere in vista del prossimo Congresso nazionale del Partito Comunista.

Va detto che nelle ultime settimane c'erano state alcune avvisaglie preoccupanti che in qualche modo facevano presagire il blocco odierno. L'utilizzo di WhatsApp, infatti, era stato azzoppato già a fine luglio, rendendo impossibile l'invio di allegati: niente video, né foto, né documenti. L'App con sede a Menlo Park (California) ha continuato a funzionare, ma solo per lo scambio di messaggi testuali. Il tutto fino all'ultimo blocco, quello decisivo.

Facebook bloccato dal 2009
Un colpo duro per la galassia di Mark Zuckerberg, che nonostante i discorsi pubblici in mandarino non riesce a far breccia nel cuore del governo cinese. Facebook è bloccato in Cina dal 2009, Instagram dal 2014. E adesso è toccato a WhatsApp, che era l'ultima piattaforma appartenente a Facebook Inc. ancora funzionante nel Paese asiatico.

Secondo Nadim Kobeissi, un esperto di crittografia della società parigina Symbolic Software intervistato dal New York Times, il blocco dei messaggi di testo di WhatsApp fa intendere che i censori cinesi abbiano sviluppato un nuovo software in grado di interferire col funzionamento della chat di WhatsApp. Chat che, come noto, utilizza una tecnologia end to end.

È ancora The Great Firewall
Col blocco di WhatsApp si torna a parlare di quello che tanti anni fa è stato ribattezzato “The Great Firewall”. I circa 750 milioni di cittadini cinesi che navigano quotidianamente su Internet sono stretti nella morsa di una censura governativa molto forte. Nel Paese del Dragone, ormai da anni servizi come Google e Facebook sono inutilizzabili. E il successo delle piattaforme autoctone molto spesso è legato a questo fattore. L'esempio più lampante è quello relativo a Baidu, motore di ricerca più utilizzato del Paese. Con quasi 65 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato, l'algoritmo dell'azienda con sede a Beijing raccoglie i dati oltre mezzo miliardo di persone. Senza Google da contrastare, per Baidu la partita è stata molto semplice.

La corsa di WeChat
Come è semplice la corsa senza freni di WeChat, applicazione di messaggistica istantanea più diffusa del Paese (con circa un miliardo di utenti) e primo vero competitor di WhatsApp. L'applicazione è sviluppata dalla holding Tencent, azienda con la miglior capitalizzazione di mercato in Cina insieme a Alibaba. WeChat consente di fare un po' tutto con lo smartphone: dal classico scambio di messaggi (scritti, vocali con foto e video), alle conference call, fino alla condivisione di articoli in stile social network. Ma il vero punto di forza è di WeChat è il mondo dei pagamenti digitali. Attraverso la App sono possibili non solo lo scambio di denaro fra privati (in modalità peer to peer), ma anche le transazioni finanziarie fra utente e aziende. I cinesi, attraverso WeChat pagano le bollette, i biglietti del treno, le multe, gli acquisti che fanno online e anche il ristorante. La società ha recentemente ammesso che i dati degli utenti vengono condivisi con le autorità governative. Un enorme grande fratello. Le regole imposte da Pechino sono queste, e chi non le rispetta è fuori dai giochi.

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