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Un Fondo per controllare o rilanciare le economie Ue?

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Un Fondo per controllare o rilanciare le economie Ue?

  • –Beda Romano

Tutti i Paesi della zona euro sono d’accordo per rafforzare l’assetto dell’Unione monetaria. La crisi debitoria appare superata; la Grecia sembra salvata; l’economia cresce da 17 trimestri consecutivi, il settore bancario sta lentamente mettendo mano alle sue debolezze. Eppure, la zona euro rimane fragile. Ma come rafforzarla? A grandi linee si affrontano due tesi: un federalismo alla tedesca e un giacobinismo alla francese, confermato per certi versi ieri dal presidente Emmanuel Macron.

La fragilità della zona euro è stata descritta cifre alla mano dal direttore del Meccanismo europeo di Stabilità. Parlando di recente a Parigi, Klaus Regling ha fatto notare che la condivisione dei rischi nell’Unione monetaria è limitata, rispetto ad altre aree economiche. L’impatto di uno shock è sostenuto da mercati obbligazionari, mentre la politica di bilancio è inesistente e i mercati privati risicati. L’obiettivo quindi deve essere di migliorare la capacità della zona euro di assorbire gli shock.

La Commissione europea ha già annunciato che presenterà il 6 dicembre alcune proposte. Queste raccolgono le idee presentate nel corso degli ultimi mesi dalla Francia e dalla Germania. Bruxelles vuole trasformare il Meccanismo europeo di Stabilità in un Fondo monetario europeo, creare una linea di bilancio della zona euro, trasformare il commissario agli Affari monetari in un vicepresidente della Commissione che presiederebbe anche l’Eurogruppo con il nuovo ruolo di ministro delle Finanze.

In buona sostanza, la prima idea è tedesca; le seconde francesi. Gli elementi della trasformazione della zona euro sono tutti sul tavolo, ma non mancano i dubbi. Prima di tutto, ai Paesi più piccoli non piace l’idea di creare nuove istituzioni. Temono di essere annacquati da un metodo intergovernativo e di perdere le garanzie che offre loro il metodo comunitario (si veda Il Sole 24 Ore del 16 settembre). In secondo luogo, ci si interroga sulla reale compatibilità dei vari elementi.

Alla Francia l’idea di un Fme può piacere, ma con quali obiettivi? Per Berlino deve essere un nuovo organismo per meglio controllare le politiche economiche nazionali. Pazienza se questa nuova istituzione è più intergovernativa che comunitaria. La Commissione europea ha dimostrato troppa discrezionalità in questi anni e il suo ruolo in questo ambito va rivisto. L’esecutivo comunitario non è d’accordo e preferirebbe che il compito rimanesse a capo del nuovo ministro delle Finanze.

Mentre la Germania vede l’Fme in un’ottica federalista o meglio confederalista, per la Francia si tratterebbe di una istituzione che dovrebbe centralizzare la gestione di politica economica della zona euro. In questo senso, ieri nel suo discorso alla Sorbona Macron si è avventurato anche sul campo fiscale, terreno minato, mettendo sul tavolo anche l’idea di creare «forchette di aliquote fiscali» valide per tutti i Paesi dell’Unione.

Per quanto riguarda la linea di bilancio della zona euro le incertezze sono molte. C’è chi crede che il bilancio comunitario non possa includere una posta dedicata all’Unione monetaria. Altri mettono l’accento sul volume del fondo (1, 2, 6% del Pil europeo?). Altri ancora sui suoi obiettivi. Bruxelles crede che il nuovo strumento finanziario debba sostenere le riforme strutturali, avere una funzione di stabilizzazione dell’economia, aiutare la convergenza economica dei Paesi extra-zona euro.

Nell’ottica francese, invece, il nuovo bilancio dovrebbe servire a stimolare gli investimenti, diventare un primo embrione di un prossimo Tesoro dell’Unione monetaria ed eventualmente facilitare una mutualizzazione dei debiti pubblici (anche se ieri Macron lo ha negato). Lo spirito è giacobino, e rivela la convinzione francese che nuove istituzioni possano diventare il volano per rafforzare una unione (in questo senso anche la proposta di Parigi di una nuova agenzia europea per l’innovazione).

Si pone poi la questione del denaro elargito ai Paesi: trasferimenti o prestiti? La questione non è banale e da anni mette a confronto le diverse anime europee. Carsten Brzeski, economista di Ing, è già convinto che «sarà necessaria una nuova severa crisi prima di ottenere passi decisi verso una maggiore integrazione». In fondo da qui a dicembre la Commissione dovrà decidere se presentare un progetto ambizioso o realistico, svincolato o appiattito sulle posizioni nazionali.

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