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Perché Bce e Fmi chiedono anche un po’ di inflazione salariale

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Perché Bce e Fmi chiedono anche un po’ di inflazione salariale

FRANCOFORTE - I primi dati dalla Germania e dalla Spagna confermano che l’inflazione nell’area dell’euro fatica a risalire verso l’obiettivo della Banca centrale europea di avvicinarsi al 2 percento. La stima preliminare di settembre sull’intera eurozona, che verrà pubblicata questa mattina (alle 12), indicherà un 1,5%, come ad agosto o tutt’al più una modesta salita all’1,6 percento. Intanto, l’inflazione di fondo, depurata delle voci più volatili, come energia e alimentari, è probabilmente scesa dall'1,2 all'1,1 per cento.

La stessa Bce e il Fondo monetario internazionale sono diventati di recente gli improbabili portacolori di un aumento dei salari, che sono l’elemento principale, secondo il presidente dell’istituto di Francoforte, Mario Draghi, per una risalita duratura di un’inflazione di fondo troppo bassa. La ripresa dell’economia dopo la Grande Recessione ha creato 6 milioni di posti di lavoro, ha ricordato in più occasioni Draghi, ma anche in Paesi come la Germania, dove la disoccupazione è al minimo storico, sotto il 4%, e molte imprese faticano a trovare manodopera, i salari non risalgono. Per le banche centrali interferire, anche solo verbalmente, nelle trattative salariali è politicamente delicato: il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che qualche tempo fa aveva a sua volta sollecitato maggiori aumenti, fu investito da pesanti critiche. Un’importante cartina di tornasole saranno i prossimi rinnovi dei contratti in Germania, a partire da quello dei metalmeccanici, rappresentati dal sindacato Ig Metall, che hanno chiesto il 6% e potrebbero ottenere la metà. Di solito, il loro accordo fa da riferimento per il resto dell’industria tedesca. Per ottenere un aumento non effimero dell’inflazione nell’eurozona, «la questione della dinamica dei salari è cruciale», ha detto a una recente conferenza alla Bce sulle cause della bassa inflazione Adam Posen, presidente del Peterson Institute, ricordando che la composizione delle forza lavoro è rilevante, in quanto donne e giovani entrano sul mercato a salari più bassi. «L’inflazione resterà bassa – sostiene il Fondo monetario – a meno che la crescita dei salari non acceleri oltre quella della produttività in modo sostenuto».

In uno studio pubblicato nel maggio scorso, gli economisti della Bce hanno stimato che il tasso di disoccupazione, ufficialmente attorno al 9%, può essere in realtà quasi il doppio se si tiene conto dei lavoratori scoraggiati dal cercare lavoro e dei sotto-occupati, soprattutto in posti part-time, che lavorano meno ore di quanto vorrebbero. La capacità di lavoro inutilizzata è quindi molto più ampia di quanto rivelato dalle cifre ufficiali e deprime i salari. Ora, il Fondo monetario, in uno studio pubblicato questa settimana, appoggia questa tesi: soprattutto nei Paesi dove la disoccupazione resta sopra i livelli pre-crisi, fra cui l’Italia, la capacità inutilizzata, insieme al lavoro part-time involontario, spiega gran parte della stagnazione dei salari. Nei Paesi invece dove la disoccupazione è già scesa sotto i livelli di prima della recessione, come in Germania, la mancata crescita dei salari deriva soprattutto dal rallentamento della crescita della produttività.

Draghi ha di recente ricordato anche l’impatto della scelta dei sindacati di puntare più alla difesa dei posti di lavoro che ad aumenti di salari e al modo di negoziare che guarda all’inflazione passata (e quella degli ultimi tempi), oltre che a fattori come la globalizzazione.

Il presidente della Bce ha in più occasioni invitato alla pazienza, sostenendo che con la ripresa, oggi più robusta e più diffusa nell’eurozona, si ridurrà anche la capacità inutilizzata sul mercato del lavoro e quindi salari e inflazione risaliranno. Qualche segnale c’è: gli ultimi dati europei sul costo del lavoro mostrano un aumento dell’1,8% nei dodici mesi al giugno scorso.
Nel frattempo, l’Fmi viene in soccorso della linea di Draghi a favore di una rimozione molto graduale dello stimolo monetario. «Valutare il grado di capacità inutilizzata sul mercato del lavoro al di là delle cifre ufficiali della disoccupazione – dicono gli economisti di Washington – sarà importante nel giudicare il ritmo di uscita dalla politica monetaria accomodante».

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