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L’Iraq chiude gli spazi aerei, il Kurdistan è sempre più…

Medio Oriente

L’Iraq chiude gli spazi aerei, il Kurdistan è sempre più isolato

(Epa)
(Epa)

E ora? Si domandano i curdi, consapevoli di esser sempre più isolati col passare dei giorni. La morsa sul Kurdistan iracheno si sta stringendo. Dopo il referendum consultivo sull'indipendenza, svoltosi lunedì - e terminato con un plebiscito a favore del sì - Iran, Turchia e Iraq, tutti decisamente contrari al voto, stanno intensificando le azioni di rappresaglia. Il governo di Baghdad, che controllo lo spazio aereo di tutto l'Iraq, ha disposto da stasera il blocco dei voli internazionali sugli aeroporti curdi di Erbil e Sulaimaniyah. Quasi tutte le compagnie internazionali si sono già adeguate. L'Iran aveva già chiuso i confini terrestri, e la Turchia si appresta a seguirlo.

Il piccolo Kurdistan iracheno, Paese senza sbocchi sul mare, è dunque sempre più isolato. E non riesce a trovare sostenitori in seno alla comunità internazionale pronti a far pressione sui suoi vicini ostili. Turchia ed Iran, preoccupati che l'esito del referendum possa riaccendere l'irredentismo delle consistenti minoranze curde all'interno del loro territori, hanno già adottato dure misure contro Erbil. Ieri il regime iraniano ha deciso il blocco delle esportazioni e delle importazioni di prodotti petroliferi raffinati verso il Kurdistan iracheno.

Dopo le esercitazioni militari congiunte tra esercito iraniano e turco ai confini con il Kurdistan, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan continua ad utilizzare toni durissimi contro Erbil, rea ai suoi occhi di un vero tradimento alle spalle di Ankara. Rivolgendosi a Massoud Barzani, il presidente del Governo regionale del Kurdistan (Krg), ha dichiarato: «Complimenti Barzani per il 92%. Ora rimani seduto dove sei, sei alla guida del nord Iraq, hai soldi, benessere e ogni cosa, hai il petrolio». Aggiungendo: «Chi riconoscerà la tua indipendenza? Con 350 chilometri di confine non puoi dichiararti indipendente se non parli con i tuoi vicini e tu non hai parlato né con noi né con Teheran». Il presidente turco ha poi intimato a Barzani di non lanciarsi in «un’avventura destinata a concludersi con una delusione».

Eppure il Krg era un solido alleato del governo turco. Non solo economico – in Kurdistan operavano 4mila aziende turche – ma anche politico. Barzani, infatti, ha portato avanti un’azione diretta contro gli estremisti curdi del Pkk (nella lista delle organizzazioni terroristiche di molti paesi), in alcuni casi cacciando le frange più bellicose dal nord dell’Iraq.
Ma ora non basta più. Il referendum ha incrinato i rapporti tra i due alleati. A un punto tale che Erdogan continua a minacciare di voler bloccare il solo oleodotto che esporta il greggio dal Kurdistan iracheno alla Turchia, precisando che il solo interlocutore della Turchia sarà il governo di Baghdad.
Senza l’oleodotto Kirkuk-Cheyan , il piccolo Kurdistan, che vive di petrolio, non avrebbe altro canale per venderlo, nemmeno piccole quantità trasportate con autocisterne in Iran, perchè Teheran è contraria. Erbil sprofonderebbe così in una crisi finanziaria ancora peggiore dell’attuale.

Il governo di Baghdad è ancora più bellicoso. Il premier Hadar al-Abadi non vuole sentire ragioni; il referendum è nullo, incostituzionale, illegittimo, ripete da giorni. Il Parlamento di Baghdad ha ora dato mandato al governo di dispiegare l’esercito nella città di Kirkuk, in mano ai peshmerga curdi dal 2014, anche con la forza. Baghdad ha chiesto al Krg di consegnargli il controllo dei confini. Erbil si è rifiutata. Improbabile, anche se non si può escludere, che si arrivi presto a un confronto militare.
Resta però un fatto. Il cammino del Kurdistan verso l’indipendenza è pieno di ostacoli. Ed è tutto in salita.

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