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A Kirkuk il crocevia del petrolio

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A Kirkuk il crocevia del petrolio

  • –Roberto Bongiorni

KIRKUK

A Kirkuk quasi ogni cosa riporta la mente al petrolio. Dall’odore acre che irrita le narici nella periferia della città, alle fiamme eterne dei pozzi di Baba Gurgur. Questo spettacolo che illumina le notti, suggerisce quanto il petrolio sia la ragione per cui la più multietnica delle città irachene si è trasformata anche nella più contesa.

L’ultima svolta è arrivata nel luglio del 2014. Davanti all’avanzata dell’Isis, l’esercito di Baghdad fuggì e i peshemerga curdi salvarono la città. Da allora Kirkuk, che i curdi rivendicano da sempre, è sotto il controllo delle autorità curde, per quanto ufficialmente non faccia parte del Kurdistan iracheno. «I giacimenti di Kirkuk, che tecnicamente appartengono all’irachena North oil company (Noc), hanno oggi una capacità di 435mila barili al giorno: 160mila sono ancora estratti dalla Noc, il resto dal Governo regionale del Kurdistan (Krg). Ma il loro potenziale è probabilmente il doppio», ci spiega Adal Mirza, analista energetico di S&P Global Platts.

Non ci sono dubbi. L’indipendenza del Kurdistan iracheno passa attraverso il petrolio. Le sue riserve ammontano a 45 miliardi di barili. Con quelle di Kirkuk arriverebbero quasi a 60. Per non parlare dei ricchi giacimenti di gas naturale, ancora inesplorati. Senza il greggio questa regione non avrebbe vissuto quel boom economico che tra il 2007 e il 2012 ha cambiato la fisionomia delle sue città. Senza le rendite petrolifere, il 95% delle entrate governative, non potrebbe reggersi in piedi.

Il problema è che anche per il Governo centrale di Baghdad, deciso a mantenere l’unità dell’Iraq, quel petrolio è indispensabile. Rinunciare ai ricchi giacimenti di Kirkuk è ai sui occhi inaccettabile. Lo è anche rinunciare alla gestione del greggio estratto nel Kurdistan. Ecco perché la disputa tra il Governo centrale di Baghdad e quello regionale di Erbil è una vicenda complessa, che inizia già pochi anni dopo il crollo del regime. Nel 2007-2008 Erbil aveva invitato diverse compagnie straniere a esplorare i giacimenti curdi. Mossa che aveva contrariato Baghdad.

Quando, nel 2014, il Krg ha iniziato a esportare il greggio verso la Turchia attraverso la pipeline Kirkuk-Cheyan, il Governo iracheno, a maggioranza sciita, è insorto. «Il petrolio e il gas appartengono a tutto il popolo dell’Iraq, di tutte le regioni e di tutti i governatorati», ripetevano i ministri, citando l’articolo 111 della Costituzione e ribadendo che la gestione delle risorse petrolifere, e la ripartizione regione per regione, deve essere gestita dal Governo centrale. Per rappresaglia, Baghdad aveva interrotto il finanziamento del budget del Krg (il 17,5% di quello federale). Facendolo sprofondare in una crisi senza precedenti, con un debito di 22 miliardi di dollari. Una crisi esacerbata dalle accuse di corruzione contro il Krg.

Eppure, nel settembre del 2016, Baghdad ed Erbil avevano raggiunto un’intesa per spartirsi i ricavi. Ma l’accordo è nato fragile. Due mesi dopo il premier iracheno Haidar al-Abadi aveva accusato il Krg di aver esportato in Turchia 587mila barili al giorno senza coordinarsi. Anzi a sua insaputa. Già prima del 2014, il Governo centrale aveva minacciato anche le compagnie energetiche straniere che stavano operando – alcune lo stanno facendo tutt’ora – sia in Kurdistan, sia nei più grandi giacimenti dell’Iraq centro-meridionale: o andate via dal Kurdistan o andrete via dall’Iraq, aveva tuonato. Un ultimatum che non si è tradotto nei fatti. «Tra le maggiori compagnie petrolifere che operano sia in Iraq sia nel Kurdistan iracheno ci sono l’americana Exxon e le russe GazpromNeft e Bashneft, di proprietà di Rosneft. Ma è davvero un’incognita cosa accadrà a loro dopo il referendum», conclude Adal Mirza.

Già, il referendum sull’indipendenza del Kurdistan di domenica scorsa. Un altro colpo di scena. Nessun Paese lo voleva. Soprattutto Iran e Turchia, preoccupati che il voto possa accendere l’irredentismo delle loro minoranze curde. Tanto meno l’Iraq, che per ritorsione ha chiuso gli spazi aerei, isolando il Kurdistan e avvertendo di voler riprendersi Kirkuk. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato di chiudere il solo oleodotto che esporta il greggio curdo. Finora l’oleodotto funziona. Ma tre giorni fa sono corse voci che Ankara avrebbe acconsentito alla richiesta di Baghdad di passargli il controllo delle esportazioni di petrolio dal Kurdistan. L’Iran, da parte sua, ha chiuso le frontiere.

Tutto sembra congiurare contro la sopravvivenza del Kurdistan iracheno. In un tale clima di tensione, le compagnie petrolifere potrebbero essere scoraggiate a investire. Non tutte. A sette giorni dal referendum, Rosneft, braccio petrolifero del Cremlino, ha firmato un’intesa con il Krg per la costruzione di una rete di gasdotti fino in Turchia. Già in febbraio e in giugno il colosso russo aveva siglato contratti di esplorazione (non è chiaro se ancora da finalizzare) in alcuni giacimenti. Portando in totale i potenziali investimenti nel 2017 a 4 miliardi di dollari. Nessun altra compagnia aveva investito così tanto in Kurdistan. E in così poco tempo.

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