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Brexit e Catalogna, la grande migrazione dei banchieri

LA NUOVA MAPPA

Brexit e Catalogna, la grande migrazione dei banchieri

La City di Londra potrebbe perdere 10mila banchieri e 20mila lavoratori del settore finanziario a causa dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. E questa stima, del think-tank Bruegel, è conservativa: uno studio di Oliver Wyman prevede addirittura che l’emorragia possa arrivare a 40mila lavoratori nel caso di hard Brexit. Il referendum sull’indipendenza della Catalogna ha spinto in soli due giorni le principali banche e almeno 7 grandi aziende a spostare la sede legale fuori da Barcellona e dintorni. Gli esiti referendari recenti, ma più in generale l’ondata anti-sistema e separatista che scuote l’Europa, stanno insomma cambiando la geografia finanziaria (e non solo) del Vecchio continente: alcune capitali riducono la centralità ottenuta nei secoli, altre la conquistano in pochi anni. E attirano business, che cade loro addosso come manna dal cielo.

Londra, che è sempre stato l’hub finanziario europeo, rischia di perdere la sua tradizionale centralità. Oltre a lavoratori, business, investimenti e indotto. La Catalogna, che è sempre stata la parte più avanzata dal punto di vista industriale della Spagna, rischia altrettanti contraccolpi economici anche se ad uscire sono solo le sedi legali e non i lavoratori di banche e imprese. Contemporaneamente altre capitali crescono attirando la “crema”: prima fra tutte Francoforte, che incasserà almeno 3mila banchieri in uscita da Londra (ma il numero potrebbe salire fino a 10mila), poi Dublino (altre meta preferita delle banche post Brexit) e a ruota altre capitali europee come Parigi e Amsterdam. Queste città stano già vivendo un boom immobiliare senza precedenti, proprio in attesa del flusso “migratorio” di banchieri e di lavoratori ad alto reddito.

Voti locali, mercati globali

Da Londra le banche e le attività finanziarie devono uscire perché quando la Gran Bretagna sarà fuori dall’Unione perderanno il cosiddetto «passaporto finanziario» europeo. Dalla Catalogna le banche scappano perché temono, nell’improbabile eventualità che la secessione avvenga davvero, di trovarsi fuori dall’euro e senza gli aiuti della Bce. I motivi sono diversi, ma la matrice è comune: l’esito di due referendum locali (uno dei quali incostituzionale) sta cambiando le strategie di istituzioni che agiscono su mercati globali.

«Se fino a pochi anni fa Londra veniva vista come il centro finanziario internazionale globale, oggi ha perso peso nell’ottica di Brexit - commentava qualche tempo fa il numero uno di Ubs, Sergio Ermotti -. Ci saranno spostamenti di attività da Londra sul continente e, probabilmente, anche flussi di investimenti verso l’Asia o gli Stati Uniti. Nei prossimi 3-5 anni gli investitori si muoveranno verso luoghi dove si trova maggiore certezza regolamentare». Le parole di Ermotti dimostrano che la variabile politica non conta solo nelle capitali da cui il business esce, ma conta anche per determinare le città dove il business entra. Le banche e le imprese non vanno solo nel Paese che offre loro i maggiori incentivi fiscali o i migliori servizi, ma anche in quello che offre loro maggiore stabilità politica. Che significa stabilità normativa e regolamentare. Proprio questo penalizza un Paese come l’Italia.

Le ricadute economiche

Il nuovo assetto “geografico” avrà le sue conseguenze economiche. «Il percorso verso l’indipendenza della Catalogna potrebbe essere distruttivo - scrivono gli analisti di Moody’s -, con potenziali impatti dal punto di visita finanziario ed economico». Moody’s non ritiene che questo scenario sia probabile, anzi, ma teme che in ogni caso un lungo periodo di incertezza possa avere effetti negativi sull’economia. Anche l’agenzia di rating Dbrs mette in guardia su questo fronte: «Un periodo di prolungata incertezza politica in Spagna potrebbe pesare sull’economia e sulle finanze pubbliche».

Anche Brexit potrebbe avere un impatto economico nel lungo termine. Quando banchieri o lavoratori ad elevato reddito abbandonano una città, con loro se ne va infatti un indotto enorme. A beneficio di altre città. Se può essere preso come indicatore, il mercato immobiliare già mostra i vincitori e i vinti di questo migrazione. Stima S&P che i prezzi delle case a Dublino saliranno dell’8,5% nell’intero 2017 e del 7% nel 2018 per l’arrivo di banchieri da Londra. Secondo S&P per far fronte alla carenza abitativa in Irlanda, proprio a causa di Brexit, dovranno essere costruiti 40mila nuovi alloggi ogni anno contro i 15mila del 2016. A Francoforte (si veda articolo sotto) l’impatto immobiliare è altrettanto evidente. Stime simili si fanno a Parigi. Per contro a Londra S&P prevede un calo dei prezzi dell’1% nel 2018.

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