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«Così dipendenti di Facebook hanno fatto vincere Donald…

le rivelazioni del direttore campagna digital

«Così dipendenti di Facebook hanno fatto vincere Donald Trump». Le rivelazioni di Brad Parscale

  • – di Redazione Online
Donald Trump (Afp)
Donald Trump (Afp)

Un mese fa Facebook ha ammesso di aver incassato 100mila dollari dalla vendita di spazi pubblicitari ad account russi che durante le elezioni americane 2016 hanno fatto campagna pro Donald Trump. Uno dei tanti pezzi del puzzle che compongono il Russiagate ma che macchiano la reputazione liberal dell’azienda di Mark Zuckerberg, campione di diritti civili, come quasi tutti i miliardari della Silicon Valley, e specificamente il miliardario che molti indicano come futuro candidato alla Casa Bianca.

Quella in onda stasera sul network tv Cbs, durante la trasmissione 60 minutes, è un’inchiesta che peggiora la situazione e la reputazione del gigante tech, nonché sinonimo di social network, che nel 2008 - fu la vulgata dei media - aiutò l’ascesa di Barack Obama, primo afroamericano presidente degli Stati Uniti.

Otto anni dopo lo stesso Facebook avrebbe aiutato la campagna non della democratica Hillary Clinton ma di Donald Trump. Lo sostiene Brad Parscale, il direttore della campagna elettorale digitale del candidato Trump che in tv spiega come ha messo a punto dei post di propaganda politica, poi pubblicati su Facebook, che hanno raggiunto direttamente gli elettori che avevano mostrato interesse per determinati argomenti. In particolare: i potenziali elettori - soprattutto delle zone rurali - a cui interessavano gli investimenti in infrastrutture sono stati individuati, e a loro è arrivato il post politico di Trump.

Nulla di male e di strano se non vi fosse stata - confessa Parscale - la complicità dei dipendenti di Facebook repubblicani, individuati da lui stesso. Questi insider avrebbero guidato Parscale fin nelle bacheche dei potenziali elettori di Trump. Tutto era fatto alla luce del sole, visto che era stessa azienda di Zuckerberg ad aver assegnato a Parscale questa squadra Facebook di supporto. Quindi un aiuto dall’interno, e decisivo, per massimizzare l’efficacia del messaggio. Sostiene Parscale che questi dipendenti Facebook andavano nel suo ufficio più volte a settimana e sono stati selezionati per le loro idee politiche. «Volevo sole persone che sostenevano Donald Trump».

Li ha trovati dentro Facebook e ancora oggi li definisce «embeds» termine che venti anni fa si usava per i giornalisti arruolati al fronte assieme ai soldati americani. Parscale ha voluto e ottenuto esperti di tecnologia Facebook arruolati come soldati perché «volevo sapere tutto quello che avrebbero detto a Hillary Clinton, più qualcosa di più».

Questa, secondo Parscale, è stata la differenza con la campagna Clinton : anche chi ha lavorato per l’elezione di Hillary ha usato in modo esteso Facebook ma non si è spinto a chiedere dipendenti di Menlo Park esperti e fedeli alla causa. Insomma Parscale è stato più spregiudicato e non ha paura di ammetterlo in tv.

Come lavorava questo team? «Se ad esempio un ponte crollava, io potevo individuare 1,500 persone che vivevano in quella città e che volevano un ponte nuovo. Diventavano il mio target, per la precisione questo è microtargeting». Stasera in tv Parscale sintentizzerà così la campagna digitale trumpiana: «Con Twitter Trump parlava alla gente, ma è stato Facebook a farlo vincere».

Commentando la puntata della Cbs, Maggie Habermann, una dei giornalisti del New York Times che più segue da vicino il presidente Trump nota oggi su Twitter «Proprio ieri Parscale è stato alla Casa Bianca». Non una coincidenza certo per un presidente che segue avidamente i media in generale e le tv in particolare.

Come non è un caso, visto il recente scandalo degli avvisi pubblicitari venduti a russi, che Parscale vada in tv per dire che tutti i soldi che aveva a disposizione per la campagna Trump li ha investiti in Facebook. Come dire: non solo dentro Facebook non sono questi santerellini liberal che ci raccontano, ma soprattutto sembra si voglia allontanare il sospetto dell’esistenza di una propaganda filo Trump legata a una società russa che avrebbe sborsato 100mila dollari.

Parscale dice che la campagna digitale è stata sostenuta da 50-60.000 messaggi pubblicitari ogni giorno, alcuni giorni si è arrivati a 100mila, cambiando design, colori, sfondo e parole, sempre per attrarre e coinvolgere un utente che spesso era un elettore democratico. (An. Man.)



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