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Catalogna, perché aziende e banche scappano in vista della…

LA FUGA DELLE IMPRESE

Catalogna, perché aziende e banche scappano in vista della “indipendenza”

È scattato il conto alla rovescia. Domani, alle 18, il presidente della Generalitat (il governo catalano) Carles Puigdemont si pronuncerà di fronte al parlamento locale sul futuro della regione: l'intenzione ufficiale è quella di «attuare i risultati del referendum» e proclamare l’indipendenza, ma c'è chi ipotizza che la resa dei conti potrebbe essere rimandata per tentare gli ultimi spiragli di dialogo. Nel frattempo, però, le tensioni interne sono alimentate da un fenomeno che è già entrato nel vivo: aziende e istituti finanziari stanno iniziando a spostare la propria sede legale nel resto della Spagna, nel timore dell'isolamento economico e amministrativo che si creerebbe dopo la rottura con il resto del Paese. Tra le società che hanno già annunciato il cambio di residenza ci sono aziende (dal gruppo del telecomunicazioni Eurona Wireless Telecom all'azienda del tessile Dogi International Fabrices, passando per l'impresa delle biotech Oryzon Genomics)e banche (CaixaBank, Banco Sabadell). Ecco cosa ha fatto scattare la molla della fuga. E quali potrebbero esserne le conseguenze.

1) Quante società sono scappate finora? E quanto sono le imprese in Catalogna?
La lista è provvisoria, ma il numero aumenta con l’avvicinarsi del discorso di Puigdemont al parlamento catalano. Più che la quantità, però, si può guardare al peso delle società in questione. La sola CaixaBank è il terzo istituto spagnolo per valore di mercato, con una capitalizzazione di quasi 30 miliardi di euro. Senza contare che tra i possibili addii, oltre ai nomi già elencati, c’è quello di Seat: un marchio automobilistico catalano, oggi nell’orbita del gruppo Volkswagen, con un giro d’affari complessivo di oltre 8 miliardi di euro e un valore sia economico che simbolico per la regione. Quanto al settore industriale nel suo complesso si contano oltre 600mila imprese, spinte da segmenti come alimentari, chimica e motori. Quelle internazionali sono 7.086 e generano il 18% dell’occupazione e il del 29% giro d’affari. Sarebbe soprattutto il loro trasferimento a pregiudicare gli equilibri della regione.

2) La paura di «finire come la Corea del Nord»

Una delle spiegazioni d’ordinanza fornite dalle aziende è quella di «proteggere clienti, azionisti e dipendenti». In altre parole, le imprese temono le conseguenze di mantenere la propria base operativa in una sorta di zona grigia esclusa - almeno temporaneamente - da mercato unico e trattati internazionali. Carlo Altomonte, professore alla Bocconi di Milano ed esperto di politiche Ue, spiega che l’autoproclamazione di indipenza spingerebbe la Catalogna fuori da qualsiasi perimetro commerciale e giuridico: «Per capirsi, uscirebbe anche dal Wto (World trade organization, l’organizzazione mondiale del commercio, ndr) - dice - Una condizione identica a quella della Corea del Nord». Il problema , secondo Altomonte, è «l’accesso al mercato. Se la Catalogna diventasse indipendente sarebbe considerato uno Stato terzo - spiega - Quindi perderebbe la cittadinanza europea, non sarebbe membro del mercato unico e, come abbiamo detto, verrebbe tagliata fuori anche dalle organizzazioni mondiali». Un altro nodo che si creerebbe è quello del mercato del lavoro , con conseguenze tutte da valutare sulla circolazione del capitale umano. Nel 2016 la regione ha attirato 4,6 miliardi di investimenti diretti dall’estero, con la creazione di 26mila posti di lavoro. In condizioni di isolamento potrebbero ridursi i primi e saltare i secondi. «Con l’indipendenza unilaterale, non è chiaro né quanti investimenti affluirebbero né quanti posti di lavoro potrebbero essere aperti» dice Altomonte.

3) E le banche?
Nel caso degli istituti di credito, il timore è che la propria liquidità si “asciughi” dopo il taglio dei rapporti con la Banca centrale europea (Bce) che farebbe seguito all’indipenza politica, economica e finanziaria della neonata regione. «Le banche perderebbero accesso alla liquidità della Bce e al mercato interbancario - spiega Altomonte - Cosa che rischierebbe di prosciugarne la liquidità in tempi stretti». La scelta di spostarsi fuori dalla regione è gradita agli investitori, come testimonia il rally dei vari titoli dopo l’annuncio della “delocalizzazione” nel resto del Paese. Le azioni di CaixaBank sono cresciute del 5% nella seduta successiva alla comunicazione e viaggiano anche oggi a +1,94% (4,16 euro).

4) Ma è vero che il governo spagnolo sta “facilitando” il trasferimento?

Il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato il 6 ottobre un decreto per «semplificare la mobilità delle imprese sul territorio nazionale» (qui il testo), mossa che rappresenta uno strumento di pressione sulle autorità catalane perché riduce tempi e complicazioni del trasferimento di sede. In sintesi la misura prevede che il cambio di domicilio possa essere deciso solo dal Consiglio di amministrazione delle società, senza passare per il voto dell’assemblea degli azionisti (che in precedenza era l’unico organo con potere decisionale in materia). «Poi la scelta può anche essere impugnabile dall’assemblea, ma mi sembra difficile che succeda» dice Altomonte.

5) La questione della moneta unica

Un altro motivo sotteso al trasferimento è legato alla possibilità (o meno) di conservare l’utililizzo dell’euro. Le ipotesi emerse finora sono il ricorso a una moneta regionale o il mantenimento dell’euro anche in caso di uscita dall’Unione, come già fanno alcuni paesi esterni alla Ue (si veda il caso del Montenegro). Il problema è che la seconda soluzione rischia di reggere poco, perché la Catalogna ha esigenze di liquidità ben superiori a quella di microeconomie capaci di vivere anche all’esterno della Bce. Il PIl del Montenegro supera di poco i 4 miliardi di euro. Quella della Catalogna nel 2016 è stato pari a 212 miliardi di euro. «Non è possibile gestire un paese simile senza una Banca centrale e senza la copertura della Bce, ad esempio in caso di crisi di liquidità» dice Altomonte. «La verità è che più si è connessi all’economia globale, meno si può essere “sovrani” dal punto di vista locale - aggiunge - A queste condizioni, quella catalana sarebbe una sovranità finta».

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