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Kobe Steel: scoppia uno scandalo per il Made in Japan

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Kobe Steel: scoppia uno scandalo per il Made in Japan

Tokyo – Lo scandalo dell'alluminio e del rame si profila come il più grave colpo alla reputazione del “Made in Japan” dopo il caso degli airbag potenzialmente difettosi della Takata. Se oggi la Borsa di Tokyo è chiusa per la festività dello Sport, domani vari titoli industriali verosimilmente andranno sotto pressione per colpa di Kobe Steel. Il terzo gruppo siderurgico giapponese ha ammesso di aver manipolato dati riguardanti prodotti in alluminio e rame tra il settembre 2016 e l'agosto di quest'anno, consegnati a oltre 200 clienti.

Tra le aziende potenzialmente danneggiate ci sono nomi di spicco come Mitsubishi Heavy Industry, il cui jet regionale MRJ ha utilizzato componentistica ora sospettata di non corrispondere ai requisiti di qualità richiesti. Anche Boeing e Toyota sono coinvolte.

Kobe Steel ha dichiarato di aver istituito un nuovo comitato sulla qualità: a suo dire i prodotti a dati falsificati rappresentano il 4% delle vendite annuali nel segmento e finora non sono stati segnalati problemi. Ma secondo le risultanze che emergono, dozzine di manager hanno coscientemente violato le richieste dei clienti in tema di specifiche di qualità, in un arco temporale fino a 10 anni. In pratica, in sede di ispezione finale, quando il prodotto non corrispondeva alle specifiche richieste, i dati venivano alterati. Kobe Steel ha ammesso il problema in agosto al Ministero dell'Industria, che le ha ordinato solo ora di renderlo pubblico. Già l'anno scorso era nato un caso simile presso una controllata di Kobe Steel nella produzione di acciaio.

La vicenda getta nuove ombre sull'affidabilità del Made in Japan, già messa sotto tiro da alcuni casi clamorosi. Il peggiore è quello di Takata, la società produttrice degli airbag potenzialmente difettosi che hanno innescato il maggior richiamo in officina di autovetture della storia (ancora in corso). Di recente un problema di controllo qualità ha investito Nissan Motor, costretta a richiamare 1,2 milioni di autovetture perché le ispezioni finali sulle vetture erano state compiute da personale non qualificato.

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