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Dall’arresto di Puigdemont alla «opzione nucleare», ecco…

Gli scenari

Dall’arresto di Puigdemont alla «opzione nucleare», ecco che cosa può succedere in Catalogna

Mancano poche ore alla riunione del parlamento catalano e soprattutto al discorso delle 18 di Carles Puigdemont, il presidente della Generalitat (il governo locale) che ha guidato la regione al referendum e alla frattura con Madrid. Oggi scadono i termini previsti dalla legge istitutiva della consultazione del 1 ottobre per dichiarare l'indipendenza, secondo i risultati ottenuti da un voto giudicato illegale dall'equivalente spagnolo della Corte Costituzionale. Ora è tutto appeso alle parole di Puigdemont, anche se il presidente è incalzato da pressioni interne, nazionali ed europee. Il leader catalano deve, nell’ordine, fronteggiare le attese del suo elettorato; tenere in considerazione le minacce di azioni legali dal governo Rajoy e il commissariamento della regione; considerare che l'Unione europea si è già espressa a favore dell'unità spagnola, pur condannando le violenze perpetrate dalla polizia spagnola durante il voto del 1 ottobre. Senza ignorare, per ovvie ragioni, l'esodo già avviato da aziende catalane o con sede in Catalogna in caso di rottura con il paese.

1) Scenario uno: Puigdemont mantiene fede alle promesse e dichiara l’indipendenza. Come reagisce Madrid?
Il governo Rajoy, come si è scritto sopra, ha ribadito che «non permetterà in alcuna circostanza l’indipenza catalana» ed è pronto a intervenire nel caso di una presa di posizione netta da parte di Puigdemont. La dichiarazione di indipendenza cadrebbe nel vuoto a livello formale, perché non sarebbe riconosciuta né dalla Spagna né dalla comunità internazionale. Ma si tratterebbe comunque di una violazione della legge, perché corrisponde all’attuazione “arbitraria” del voto emerso da un referendum bocciato dal Tribunal Constitucional. In questo contesto, Madrid sarebbe giustificata anche nell’uso delle forze dell’ordine. «Certo, non sarebbe una scelta facile e il rischio è di vedere scene simili a quelle del voto del primo ottobre. È una questione spinosa, ma il dirtto c’è» spiega Jens Woelk, professore di diritto pubblico comparato all’Università di Trento.

2) Davvero Puigdemont rischia il carcere? Per che reato?
Il governo Rajoy ha lanciato diversi ammonimenti al leader catalano, anche se è entrato poco nel merito delle fattispecie penali che gli sarebbero contestate in caso di dichiarazione di indipendenza. Parole più chiare (e brusche) sono arrivate nei giorni scorsi da Pablo Casado, il vicesegretario alla comunicazione del Partito Popolare. «Speriamo che la storia non si ripeta - ha detto - Perché chi dichiara l’indipendenza rischia di finire come chi ci ha provato 83 anni fa». Vale a dire in prigione:  Casado si riferiva a Lluys Companys, il presidente della Generalitat negli anni della Guerra civile, incarcerato nel 1934 e fucilato dai militari franchisti nel 1940. Nel concreto, i reati che si configurerebbero per Puigdemont sono sedizione (con una pena dai 10 ai 15 anni ai sensi del Codice penale spagnolo) e ribellione contro lo Stato (pena dai 15 ai 25 secondo l’articolo 473 dello stesso Codice). Secondo indiscrezioni rilanciate dalla Bloomberg, un’agenzia statunitense, la Guardia Civil sarebbe addirittura pronta all’arresto dopo la dichiarazione.

3) E quando si parla dell’articolo 155 cosa si intende?

Si parla dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, quello che consente allo Stato di intervenire nel caso in cui «la Comunità autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione» e «si comporti in modo tale da attentare agli interessi generali della Spagna» (comma 1). Con queste premesse, sempre secondo lo stesso articolo, Madrid avrebbe il diritto di «prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato dei suddetti obblighi». Più nel dettaglio, come si legge al comma 2, lo Stato potrebbe «dare istruzioni alle autorità locali». In altre parole, si andrebbe verso il commissariamento della Regione.

L’articolo non è mai stato messo in pratica nella storia spagnola e rappresenterebbe quello che la stampa internazionale chiama, metaforicamente, «opzione nucleare»: una misura di sicura efficacia, ma con effetti distruttivi per il futuro dei rapporti tra regione e lo Stato centrale. «La questione è molto delicata. Impartire ordini a una regione significa violare il principio di autonomia che ha sempre retto la costituzione spagnola - dice Woelk - E questo alimenterebbe la lontanza della Catalogna dal resto del Paese».

4) E a livello economico cosa succederebbe?

Più che altro, cosa è già successo. Dopo il referendum dell’1 ottobre è iniziata quella che la stampa locale ha chiamato «l’esodo» di banche e aziende catalane o con sedi operative nella regione. Importanti istituti finanziari come CaixaBank (quasi 30 miliardi di capitalizzazione) o imprese di peso nei rispettivi settori (Abertis) hanno annunciato il traferimento in altre regioni della Spagna per «proteggersi» dall’incognita di un’economia isolata da resto del Paese, Unione europea e trattati internazionali. Un calcolo a cura del quotidiano El Mundo stima una perdita pari al 50% del Pil della regione.
Nel frattempo, starebbero iniziando anche le prime «fughe» dei conti bancari. Secondo quanto riportano i media spagnoli, si stanno registrando «lunghe code agli sportelli» in alcune banche della vicina Aragona e i primi flussi di «ingenti quantità di denaro» fuori dalla regione. I mercati attendono con nervovismo: oggi l’Ibex 35, l’indice che raggruppa le aziende a maggior capitalizzazione della Spagna, cede quasi l’1% e non mostra i segnali di ottismo manifestati quando si parlava di un’apertura da parte di Puigdemont. Anche CaixaBank, l’istituto pronto a trasferirsi a Valencia, perde oltre il 2% nella seduta in corso.

5) Ma Puidgemont può ancora prendere tempo?

È quello che sperano le fronde moderate dei partiti indipendentisti, espressione di un tessuto imprenditoriale che uscirebbe penalizzato da una rottura brusca con Madrid. Secondo fonti trapelate sui media spagnoli, Puidgemont potrebbe tentare un dialogo più aperto alla trattativa, magari spingendo sull’ipotesi di una nuova consultazione o di un processo graduale verso l’indipendenza di fatto dalla Spagna. In questo caso, però, la linea sconteterebbe le attese delle frange più radicali del movimento.

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