Mondo

L’ultimatum di Rajoy: la Catalogna ha 5 giorni per dire se è…

la crisi spagnola

L’ultimatum di Rajoy: la Catalogna ha 5 giorni per dire se è secessione

Il premier spagnolo Mariano Rajoy
Il premier spagnolo Mariano Rajoy

Mariano Rajoy ha dato cinque giorni di tempo a Carles Puigdemont per «confermare se nel suo intervento all’Assemblea catalana ha dichiarato o no l’indipendenza della Catalogna». Il leader nazionalista avrà poi tempo fino alle 10 del mattino di lunedì 16 ottobre «per correggere le sue parole». L’ultimatum del premier spagnolo al governatore catalano attiva già, di fatto, la procedura che - seguendo l’articolo 155 della Costituzione - può portare al commissariamento della Generalitat e all’azzeramento di ogni autonomia della regione. Ma lascia spazio a qualche soluzione mediata.

«È un momento grave per la nostra democrazia», ha detto Rajoy al Congresso accusando Puigdemont di avere organizzato «un attacco sleale e pericoloso alla Costituzione, all’unità della Spagna e alla convivenza pacifica dei cittadini, senza curarsi delle leggi e delle sentenze della Corte costituzionale».

Già in mattinata, dopo un vertice di governo, Rajoy aveva chiesto al leader nazionalista di fare chiarezza, di correggere le sue parole. «È urgente mettere fine alla situazione che si sta vivendo in Catalogna e che torni - aveva detto il capo del governo popolare - la stabilità e la tranquillità nel più breve tempo possibile. Serve procedere con prudenza e responsabilità». Nel suo intervento, martedì sera alla Camera catalana, Puigdemont aveva dichiarato l’indipendenza ma ne aveva sospeso gli effetti, e aveva chiesto a Madrid di aprire una trattativa, sottolineando tuttavia i risultati del referendum e ribadendo la volontà di arrivare alla secessione: «Assumo il mandato perché la Catalogna - aveva detto il governatore catalano - si converta in una Repubblica indipendente» chiedendo però «la sospensione degli effetti di questa dichiarazione per alcune settimane», «per avviare un dialogo, per arrivare a una soluzione concordata, nel rispetto del voto espresso dai catalani».

Rajoy ha risposto con fermezza alla proposta di dialogo avanzata da Barcellona, dopo aver ricevuto l’ennesimo sostegno dall’Europa - ieri nelle comunicazioni ufficiali di Germania, Francia e Italia - e dopo avere verificato la solidità dell’intesa con i socialisti per governare e per affrontare la crisi catalana, oltre che per mettere a punto nei prossimi mesi una riforma in senso maggiormente federale della Spagna. «Non può esserci mediazione fra la legge democratica e l’illegalità. Non si può negoziare sulla sovranità nazionale, lo vieta la Costituzione», ha detto, per poi dare l’ultimatum alla Generalitat: «Il futuro e il ritorno alla normalità istituzionale, come tutto il mondo sta chiedendo, è nelle mani di Carlos Puigdemont che deve certificare che non ha dichiarato l’indipendenza unilaterale», per dare «certezze ai catalani» e per potere iniziare un processo di «dialogo nel rispetto della legge».

Lo scontro è sempre lo stesso, la legalità dalla parte di Madrid e la volontà popolare, seppure mai arrivata alla maggioranza assoluta dei catalani, dalla parte di Barcellona. Rajoy ha infatti tentato nuovamente di smontare il referendum del primo ottobre convocato dagli indipendentisti catalani nel quale hanno votato oltre due milioni di cittadini, pari a circa il 40% della popolazione della regione, nonostante la repressione della polizia che è arrivata a caricare in tenuta antisommossa gli elettori davanti ai seggi. «Votare contro la democrazia non è democratico, non è stata rispettata nessuna regola che vincola il voto con la democrazia. Il referendum illegale ha fallito», ha detto il leader spagnolo.

Al Congresso Rajoy ha anche sottolineato che «è molto importante che Carles Puigdemont risponda in modo corretto» all’ultimatum dello Stato spagnolo facendo capire che - sempre in linea con la Costituzione - il governo di Madrid è «pronto a prendere tutte le misure necessarie» per difendere gli interessi generali della Spagna.

La risposta di Madrid era in qualche modo attesa e inevitabile. Ma due sono gli elementi che potrebbero modificare i rapporti di forza in uno scontro altrimenti destinato a durare a lungo, nonostante le scadenze imposte da Rajoy. Il primo viene da Madrid e riguarda le pressioni dei Socialisti che tengono in vita il governo di minoranza dei Popolari e che - con Pedro Sanchez - insistono perché si realizzi in tempi brevi una riforma dello Stato che dia maggiore autonomia alle regioni. Il secondo viene da Barcellona e dallo stesso Puigdemont che ieri, per la prima volta, ha detto di essere disposto ad aprire «un dialogo senza condizioni», con due rappresentanti del governo catalano e due del governo spagnolo che si siedano «allo stesso tavolo con un unico obiettivo: nominare un mediatore». Per la Catalogna sarebbe un passo avanti, il primo da anni.

© Riproduzione riservata