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Corea, Iran e Kim. Come l’«Io fragile» di Trump…

Il capo della cia: «pyongyang può colpire usa»

Corea, Iran e Kim. Come l’«Io fragile» di Trump può portare a una guerra

Torna la tensione Usa-Nord Corea. Il leader Kim Jong Un è a «mesi di distanza dallo sviluppare le capacità di colpire l'America con un missile balistico armato di testata nucleare». Lo dice il direttore della Cia, Mike Pompeo. Quando affrontano la questione nordcoreana, gli Stati Uniti devono partire dall'idea che Kim Jong Un è «sull'orlo» di essere capace di colpire gli Usa. Pompeo, uomo scelto da Trump alla guida dell’ostile Cia, aggiunge: Pyongyang è «pericolosamente vicina» a poter colpire l'America.

La rabbia nella Casa Bianca è senza confini. Il leader del Nord Corea Kim Jong Un - “Little Rocket Man”, come lo chiama il presidente americano - deve essere distrutto. L'accordo internazionale con l'Iran sul nucleare è il peggiore mai raggiunto. Il libero scambio è una cospirazione contro gli Stati Uniti. Gli alleati dell'America sono dei parassiti. È una lotta a non far cessare il pericolo reale e attuale per la pace e la sicurezza internazionali adesso al punto in cui collidono narcisismo di Donald Trump e limiti del potere statunitense.

Come candidato, il signor Trump promise di seppellire l'internazionalismo liberal. Appena eletto, avrebbe spazzato via le complicazioni globali in favore del nazionalismo America First.

Come presidente, ora vuole che il mondo faccia quello che dice o twitta. Il signor Trump non è abituato alla sfida, specialmente se proviene da gente con nomi stranieri che vivono in posti sconosciuti del mappamondo. Quando minaccia di annichilire Pyongyang o di opporsi all’accordo nucleare con Teheran, il presidente non è nient’altro che un ego arrabbiato e disorientato dal fallimento perché non si è fatto a modo suo.

Gli accessi di rabbia hanno conseguenze, cosa che mi è stata ricordata nei pochi giorni che ho passato questa settimana a Seoul. I tamburi di guerra suonano in modo più sinistro quando ti trovi nelle immediate vicinanze di batterie di artiglieria della Corea del Nord. Non tanto perché i sudcoreani vivono in una paura costante. Sono stoici abituati alla minaccia dal nord. Più perché Pyongyang ha un leader tanto pericoloso quanto il presidente americano. Le regole del contenimento,la deterrenza e il resto dipendono da una certa prevedibilità di entrambe le parti.

Le vecchie ferite non sono mai state curate correttamente in Asia orientale, perché sono state trattate con nazionalismi in competizione fra loro. L’ordine mondiale americano dopo la seconda guerra mondiale ha dato all'Europa un'architettura collettiva di sicurezza e incentivi per promuovere la riconciliazione e l'integrazione.

Mentre Hahm Chaibong, direttore del think-tank dell'Istituto Asan di Seoul, scrive in un documento presentato questa settimana ad una riunione del Korea Global Forum che l'Asia orientale si è dovuta accontentare di un accordo “hub-and-spoke” attraverso cui ogni paese è alleato e individuamente agli Stati Uniti.

Quando il signor Trump parla di andare in guerra per fermare il programma nucleare di Pyongyang, gli interessi della regione sono messi da parte. Ciò che interessa è che il signor Kim potrebbe avere presto un missile in grado di raggiungere la costa occidentale americana. Seoul raramente è menzionata - anche se nel caso si arrivasse al conflitto dovrebbe affrontare ritorsioni devastanti.

Quando il presidente afferma di essere in grado di assestare il colpo del “knockout” alla Corea del Nord, ignora la potenziale perdita di migliaia e migliaia di vite sudcoreane.

Questo è già un programma. Il signor Trump ha illustrato la portata della sua politica estera il mese scorso nel discorso all'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Nella prima parte ha dichiarato che gli Stati Uniti si sono liberati di un approccio basato sui valori proprio dei mollicci internazionalisti liberal in favore di uno indifferente alle scelte nazionali altrui. Gli Stati devono essere liberi di decidere tra libertà e tirannia.

Nella seconda parte stabiliva che l'inviolabilità degli stati era un principio universale che non si poteva applicare, bene, universalmente. Solo coloro che stanno dalla parte degli Stati Uniti si possono aspettare di gestire i propri affari senza interferenze statunitensi. Quasi tutto ciò che sentite da Mr Trump è permeato da questa contraddizione. Io lo definisco isolamento bellicoso.

La tentazione è ignorare quello che il presidente farfuglia.

Gli alleati che hanno a che fare da nove mesi con questa capricciosa Casa Bianca adottano ora la politica delle “soluzioni alternative” - ignorare le tempeste di Twitter, trattare con gli adulti, in particolare il segretario alla difesa americano Jim Mattis e sperare che qualcosa dell'antico sistema multilaterale sopravviva il giorno dopo in cui Trump lascerà la Casa Bianca.

La strategia è in un vicolo cieco. La sconfessione che ha fatto Trump dell'accordo nucleare iraniano minaccia di fare a pezzi il più efficace esercizio di sicurezza collettiva da una generazione. Nella migliore delle ipotesi, distrugge la credibilità degli Stati Uniti come attore degli sforzi internazionali per prevenire in modo pacifico un’ulteriore proliferazione nucleare.

Il signor Trump potrebbe anche affiggere un cartello alla porta della Casa Bianca con su scritto: né amici né nemici si possono fidare più di Washington.

Nel peggiore dei casi, metterà l'Iran sulla strada di un programma di armi nucleari, con tutti gli immensi rischi che ciò implica per la pace regionale e mondiale.

Il Congresso potrebbe evitare un aperto contrasto con gli alleati americani, rifiutando di ristabilire sanzioni contro Teheran. Il danno all’autorevolezza degli Stati Uniti, però, è già stato fatto.

Il messaggio è semplice. Perché la Corea del Nord dovrebbe ascoltare la comunità internazionale quando gli Stati Uniti, il giocatore fondamentale secondo Pyongyang, può rifiutare qualsiasi accordo? Così Pyongyang non crede vi sia bisogno di una determinata scusa. Il signor Kim sembra determinato a costruire un missile nucleare capace di raggiungere gli Stati Uniti. Conta di più che gli Stati Uniti abbiano dilapidato la propria autorità morale.

Limitare il signor Kim, se ciò è ancora possibile, richiede una coalizione internazionale forte e unita che includa Russia e Cina, nonché gli alleati in Asia orientale e tutti gli altri. Ciò a sua volta richiede un presidente americano la cui comprensione della diplomazia vada oltre la litigiosa vanità dell’attaccabrighe al bar. Il prezzo dell'Io fragile di Trump potrebbe finire in una guerra.

Copyright The Financial Times Limited 2017

(Traduzione a cura della Redazione online)

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