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Le fatiche di Sisifo per rifare l’Europa

L'Analisi|il vertice di bruxelles

Le fatiche di Sisifo per rifare l’Europa

In Europa finalmente l’economia va, la politica no. Archiviata la lunga stagione elettorale il vertice di ottobre, conclusosi ieri a Bruxelles, avrebbe dovuto riunire i 27-28 capi di Stato e di Governo dell’Unione per celebrare la doppia svolta: il salto qualitativo dei negoziati su Brexit per accelerare un accordo ordinato verso il divorzio del marzo 2019 e, in parallelo, lo scatto dell’Ue, ridotta a 27 membri, verso la ricostruzione del proprio futuro. In un mondo sempre più instabile e pieno di incertezze, l’Europa ha urgente bisogno di stabilità e coesione interna, cioè di governi nazionali robusti e credibili.

Governi capaci di agire presto con coraggio politico e grande lungimiranza scavalcando i rispettivi steccati nazionali dietro i quali proliferano piccoli e grandi populismi.

A Pechino la Cina di Xi ha appena annunciato un radicale giro di boa fatto di nuova assertività sulla scena globale, da perseguire con un programma strategico che si allunga fino al 2045. Ieri a Bruxelles invece l’Europa, nel formato inglese e in versione a 27, si è limitata a rimandare a dicembre quello che avrebbe dovuto decidere in ottobre: sempre ammesso che in dicembre sia già entrato in carica il Governo Merkel IV, la crisi catalana in Spagna si sia sgonfiata e altre crisi non siano maturate nel frattempo. E sempre che la rara unità dei 27 di fronte a Londra, favorita dall’attesa di un lauto incasso dalla fattura inglese di divorzio, riesca a tenere fino alla fine.

Ma fino a quando l’Europa dei rinvii strutturali potrà resistere alle pressioni del mondo decisionista che la circonda? Una volta era la perfida Inghilterra l’imputato principe di tutti i mali europei. Oggi Brexit sta dimostrando che il disorientamento britannico riesce incredibilmente a surclassare quello europeo: il vecchio alibi non tiene più.

Allora si cambia bersaglio accusando la paralizzante dittatura dei grandi numeri: da sbaragliare ricorrendo all’integrazione a più velocità. La si teorizza da tempo, la Francia di Emmanuel Macron, pontefice massimo della soluzione darwiniana, l’ha ripetuto ieri, sia pure con più cautela. Con leadership ed europeismo della Merkel che si preparano a passare sotto le forche caudine dei negoziati per formare l’inedita coalizione di Governo tripartita, con liberali e verdi, meglio evitare velenose incursioni di disturbo.

Il fuoco dei conflitti di interesse e delle divergenze ideologiche continua però a covare sotto una superficie solo in apparenza consensuale. Ad alimentarlo è il garbuglio di piccole e grandi sovranità nazionali dalla guardia instancabilmente alzata ma deboli in casa e ancor più fuori. Forse anche per questo preferiscono driblare un organo di mediazione politica come la Commissione Ue per avocare a sé tutto il potere europeo affidandosi al presidente del Consiglio Ue, l’emblema dell’Unione degli Stati, il propulsore del sempre più soverchiante sistema intergovernativo che muove l’Unione.

Ma può dalla somma di 27 debolezze sovrane, erose da populismi e forze anti-sistema, nascere un’Europa aperta e dalle grandi ambizioni globali? A prima vista la scorciatoia multi-speed sembra l’uovo di Colombo. Nei fatti è tutta da dimostrare. Perché perfino tra Francia e Germania le affinità elettive appaiono più politiche che sostanziali. Se andrà ai liberali il ministero tedesco delle Finanze, la riforma dell’Eurozona secondo Macron potrebbe venire svuotata: nei fatti. E molti potrebbero finire per rimpiangere il rigore, impastato però di convinto europeismo, di Wolfgang Schäuble. Storia di dopodomani, da verificare.

Due episodi al vertice illustrano comunque la difficoltà di coagulare consenso nell’Ue. Sulla web-tax la Francia con Germania, Italia e Spagna è partita decisa a chiudere rapidamente. Ai Paesi che obiettavano puntando prima a un accordo globale sotto l’egida Ocse si rispondeva che l’Europa avrebbe tirato dritto e fatto da battistrada con i Paesi disposti a starci. Ieri Macron si è arreso: aspetterà gli input Ocse.

L’Europa che protegge è il mantra del macronismo con cui riconciliare i cittadini con l’Unione. Però la protezione diventa protezionismo quando nel mirino entrano l’accordo con il Mercosur, che si dovrebbe chiudere entro l’anno, e poi quelli con Nuova Zelanda e Australia. Perché da tutelare dall’import dei grandi allevatori globali c’è la carne bovina francese. E allora un accordo di libero scambio che si negozia dal 1999, vale 8 volte quello con il Canada e 4 quello con il Giappone, si può prendere in ostaggio per «trovare il giusto equilibrio tra mercato aperto e protezione, equità e reciprocità». Bruxelles insorge, Berlino, nota liberoscambista, tace (per ora).

Esempi, tra i tanti, di ordinari conflitti di interessi nazionali nel nocciolo duro dell’Europa, non alla sua periferia più o meno orientale. Non sono nuovi? Vero. Ma proprio la loro ostinata cronicità la dice lunga sulle fatiche di Sisifo che attendono l’edificazione della nuova Europa.

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