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L’equilibrio precario dell’opzione nucleare di Rajoy

L'Analisi|LO SCENARIO

L’equilibrio precario dell’opzione nucleare di Rajoy

In questa surreale vicenda che contrappone la regione catalana al governo centrale di Madrid c'è sempre qualche giorno in più, qualche rinvio – formale o sostanziale – della resa dei conti. Il meccanismo avviato dal premier spagnolo Mariano Rajoy non potrà diventare operativo prima di una settimana poiché il voto che dovrà autorizzare l'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione è previsto non prima di venerdì prossimo, 27 ottobre, quando si riunirà il senato.
L'obiettivo più importante di Madrid è la sospensione del governo dell'autonomia di Barcellona e dei suoi leader, a cominciare da Carles Puigdemont, ritenuto colpevole di disobbedienza sistematica e consapevole.

Logica conseguenza di tale obiettivo sono nuove elezioni regionali da tenersi entro sei mesi, ovviamente nella speranza, secondo Madrid, che in Catalogna accanto alle forze secessioniste facciano sentire la loro voce e il loro peso politico le forze unioniste, forse una maggioranza più silenziosa che desidera sì maggior autonomia ma non l'indipendenza dall Spagna.

Più che le misure preannunciate saranno importanti le loro modalità di applicazione. Con l'attivazione dell'articolo 155 della Costituzione, approvata nel 1978, Mariano Rajoy si è spinto in un terreno mai esplorato finora dalle autorità spagnole. Madrid avrà i mezzi per applicare la revoca dell'autonomia catalana? Riuscirà a far fronte alla prevedibile disobbedienza civile di ampie fasce dall'amministrazione pubblica catalana? Riuscirà ad ottenere la fedeltà della polizia regionale, i Mossos d'Esquadra, il cui capo, l'ultratelegenico Josep Lluis Trapero, è diventato una delle icone di questa “rivoluzione” indipendentista d'autunno? In caso negativo, come potrà neutralizzarla?

Sarà un problema anche per l'Europa, nonostante leader e capi delle istituzioni abbiano più volte ripetuto nelle settimane scorse che si tratta di una vicenda tutta interna alla Spagna; che l'Unione mai potrà accettare una Catalogna indipendente poiché sono gli Stati nazionali ad essere sovrani e quindi riconoscibili. Al Consiglio europeo di giovedì e venerdì scorsi il tema non era ufficialmente in agenda, ma tra i leader se n'è parlato ampiamente, e con grande preoccupazione. Fronte unito a favore di Madrid, con qualche piccolo distinguo, in particolare quello del premier belga Charles Michel, che è tornato a condannare le violenze della polizia spagnola durante il referendum del 1° ottobre, anche se è chiaro che Michel ha parlato con lo sguardo rivolto alle tendenze autonomiste – sempre presenti – delle Fiandre.

Restano comunque alcuni giorni e parecchie ambiguità prima di passare all'atto di forza istituzionale vero e proprio. In fondo Carles Puigdemont ha detto che avrebbe dichiarato l'indipendenza nel caso Madrid avesse attivato l'articolo 155 della Costituzione, suggerendo quindi che l'atto formale di distacco dal governo centrale non era stato ancora compiuto. Sappiamo infine che Rajoy, pur godendo nella vicenda dell'appoggio del partito di centro-destra Ciudadanos, deve confrontarsi con il desiderio di un approccio più graduale da parte dei socialisti.

Molto dipenderà dal tenore della risposta di Puigdemont e degli elementi più radicali dell'indipendentismo di Barcellona, a cominciare dal Cup. Abbiamo imparato in queste settimane che gli ultimatum si susseguono, forse nella speranza di trovare un terreno comune di dialogo anche se finora è stato un dialogo tra sordi: tra una riaffermazione dello stato di diritto di un'autorità centrale e il mancato riconoscimento di questa autorità centrale da parte di un'entità regionale. Resta da vedere se l'opzione nucleare di Rajoy potrà essere portata avanti nel rispetto delle libertà o se la situazione degenererà come nel giorno del referendum, se non peggio.

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