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I sogni imperiali di Xi corrono sulla Via della Seta

LA CINA DEL 19° CONGRESSO

I sogni imperiali di Xi corrono sulla Via della Seta

Xi Jinping (a sinistra) e Mao Zedong
Xi Jinping (a sinistra) e Mao Zedong

Il primo impero cinese, unificato dalla dinastia Qin, quella che regnò tra il 221 e il 206 avanti Cristo e che lasciò al mondo l’Esercito di terracotta, aveva la sua capitale poco a Nord dall’attuale Xi’an. È da qui che l’imperatore Wu Di della dinastia Han (141-87 avanti Cristo) inviò esploratori ed emissari a battere le rotte dell’Asia sudorientale, ad attraversare gli altopiani dell’Asia centrale e a spingersi fino a Roma, segnando il primo tracciato della Via della Seta. Ed è da Xi’an che ripartono le ambizioni “imperiali” cinesi.

La culla del glorioso passato è il punto più a Oriente della Nuova Via della Seta, il faraonico progetto promosso dal presidente Xi Jinping nel 2013 e incastonato nella Costituzione del Partito comunista durante il 19° Congresso, appena conclusosi con la consacrazione dello stesso Xi al fianco del Grande Timoniere Mao Zedong e di Deng Xiaoping. A Nord, verso Almaty in Kazakhstan, e di lì a Ovest, in direzione di Teheran e Istanbul, la Nuova Via della Seta piega poi di nuovo a Nord verso Mosca, per tagliare Bielorussia, Polonia e Germania fino ad arrivare a Rotterdam. Un tracciato arricchito dal corridoio sino-pakistano, che sfiora (e irrita) l’India, e raddoppiato dalle rotte marittime che circumnavigano l’Indocina, toccano l’Africa in Kenya e, attraverso Suez, sboccano nel Mediterraneo, fino alla Venezia di Marco Polo.

Un progetto enorme, che secondo Morgan Stanley richiede 1.200 miliardi di investimenti in 10 anni per costruire strade, ferrovie, porti e reti elettriche. Investimenti che potrebbero non generare mai ritorni tali da ripagare lo sforzo. Gran parte dei 68 Paesi attraversati hanno profili di rischio economico e politico tra i più elevati al mondo: ben 27 hanno un debito sovrano definito «junk» (spazzatura) dalle agenzie di rating, per non parlare degli altri 14, compresi Iran, Afghanistan e Siria, che un rating nemmeno ce l’hanno.

Ma come spiega Michael Every, di Rabobank, l’iniziativa va vista piuttosto come «un progetto geopolitico con il quale la Cina punta a rafforzare la propria egemonia politica e commerciale a scapito degli Stati Uniti». Investimenti economici per ampliare la sfera d’influenza della superpotenza globale che Pechino vuol diventare sotto la guida del “Nuovo Timoniere”, Xi Jinping. Non a caso, il termine di paragone più frequente per il progetto anche noto come One Belt One Road Initiative è il piano Marshall lanciato da Washington dopo la Seconda guerra mondiale.

Secondo i calcoli di Bloomberg, sulla base degli annunci ufficiali di istituzioni e imprese, la Cina finora ha speso o impegnato più di 500 miliardi di dollari sul suo piano. La cifra, avverte l’agenzia, si alza e di molto se si considerano i finanziamenti erogati dai grandi gruppi bancari cinesi, per i quali tuttavia non ci sono dati disponibili. La sola Bank of China, per esempio, ha dichiarato di aver finanziato 470 progetti con oltre 80 miliardi di dollari.

LE ROTTE DELLA NUOVA VIA DELLA SETA
(Fonte: Xinhua)

I capitali arrivano da diversi canali: banche pubbliche, istituzioni create ad hoc come il Silk Road Fund (40 miliardi), l’Asia Infrastructure Investment Bank (100 miliardi), che poi è un’altro degli strumenti del soft power cinese. Perfino parte del capitale del Fondo pensione nazionale (in tutto 300 miliardi) sarà investito sul progetto.

E le risorse pubbliche aprono la strada a quelle dei gruppi privati: nei primi nove mesi del 2017, le imprese cinesi hanno puntato 9,6 miliardi sulla Nuova Via della Seta. Dal 2013, la China Export & Credit Insurance, la compagnia di assicurazione controllata dallo Stato che copre dai rischi di confische, nazionalizzazioni, violenza politica, ha garantito 480 miliardi di dollari di esportazioni e investimenti nei Paesi attraversati dalla nuova arteria dell’egemonia cinese.

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