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Una crisi europea senza gli Stati Uniti

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Una crisi europea senza gli Stati Uniti

È ormai un riflesso convenzionale dire che la crisi catalana abbia messo in luce la carenza di assertività europea. Ma qualcosa di ancor più inedito dovrebbe saltare agli occhi: la completa assenza degli Stati Uniti, per la prima volta da un secolo, in una questione di tali dimensioni sul quadrante europeo. È un vuoto che cambierà l'ideologia europea e che modificherà il linguaggio politico. L'Europa deve ancora attrezzarsi per una responsabilità solitaria che non ha mai avuto.

Può aiutare un episodio 15 anni fa. L’11 luglio 2002, otto soldati marocchini issarono la bandiera nazionale sull’isola disabitata di Pereji, territorio spagnolo benché a soli 250 metri dalla costa africana. La Commissione Ue parlò di inaccettabile aggressione. I giornali di prima invasione militare in Occidente dalla fine della guerra mondiale. Meno di una settimana dopo, il premier spagnolo Aznar inviò 28 unità speciali, cinque elicotteri, cinque navi da guerra e due sottomarini per riconquistare lo scoglio. Ma nessuno avrebbe sparato un colpo senza il consenso di Washington. Il generale Colin Powell, allora Segretario di Stato, controvoglia, dovette deviare da un viaggio in Asia per sedersi con i due governi e ristabilire l'ordine. Powell descrisse la contesa nelle sue memorie come riguardante «una stupida isoletta» che gli ricordava la parodia di Peter Sellers sul «topo che ruggiva». Nell’attuale crisi tra Madrid e Barcellona, ben più significativa di quella del 2002, gli Stati Uniti non sono mai apparsi nel radar diplomatico.

Per 70 anni, gli Usa hanno garantito non solo l’ordine internazionale, il pivot delle alleanze, la crescita economica attraverso la cooperazione multilaterale, ma anche la certezza che, nel caso la politica e la diplomazia avessero fallito, ci sarebbe stata una minaccia di ordine militare. Oggi in Europa è come se fosse scomparso non solo il monopolio della forza, ma l’argine alle parole.

Non abbiamo vere risposte su come sia potuta accadere Brexit, come cioè una élite di Oxbridge, classista o superficiale, abbia potuto creare un proprio linguaggio popolare trascinando un intero paese verso l’autolesionismo. O come un sentimento di diversità imprecisata stia lacerando la Spagna. O ancora come le regioni più aiutate d’Europa, Polonia, Ungheria e Germania orientale, si siano rivoltate ai loro benefattori. Paesi tra i più sviluppati del mondo esprimono un'aggressività autolesiva che appare irrazionale.

Ricorriamo ad astrazioni anch’esse imprecisate - identità, populismo, svantaggio, distanza o altro - calate in due diverse forme di risposta alle pene dell’adattamento alla globalizzazione. Una polarizzazione tra vincitori e perdenti della trasformazione economica, reciprocamente ostili, in cui per esempio la Catalonia o il lombardo-veneto sono centro, mentre Madrid o Roma sono periferia, così come lo sono diventati il Kentucky e l’Ohio. Ma nemmeno questa dialettica spiega la radicalizzazione dei toni. Forse non vediamo ciò che è evidente ed inedito al tempo stesso: che le parole, i progetti e le promesse nel discorso pubblico corrono senza freni, perché da pochi anni il maggiore tra gli inibitori è caduto insieme all'attenuarsi del mondo unipolare americano: la guerra come argomento centrale della politica.

La guerra come minaccia terribile il cui timore aveva reso gravi e responsabili le scelte politiche nei decenni successivi al '45. Oggi questa ponderazione storica è evaporata, forse anche in Germania, il paese che ne aveva preservato la memoria, ma temuto la responsabilità. L'irrazionalità assume così le vesti di un situazionismo privo di sanzioni, o di un nazionalismo senza spargimenti di sangue. Boris Johnson uno degli artefici di Brexit ha evocato la guerra proprio alla Spagna nell'eventualità di questioni su Gibilterra, salvo poi negarne la volontà. Che si tratti di pura goliardia è una pericolosa illusione. Così come con l’irreale Brexit, le parole prendono vita propria. La storia è essa stessa il racconto della storia. Le ultime elezioni americane sono in gran parte definite da due fattori culturali storici, specifici a ogni distretto elettorale: la presenza di schiavi afro-americani 150 anni fa e il livello attuale di istruzione. Nel vuoto di responsabilità, si radica un linguaggio che vellica l'istinto di discriminazione.

La guerra senza la guerra non è solo prerogativa dei populisti. Quando si è trattato di gestire la crisi europea, si è ricorsi al principio di autarchia – ogni paese viva entro i propri limiti – come nelle condizioni belliche. La richiesta ai paesi in difficoltà era di azzerare i debiti interni ed esterni, in modo da non aver bisogno di aiuti e di non produrre contagi. Una comunità di paesi isolati l'uno dall'altro, in una vecchia visione di rapporti di forza tra diplomazie in conflitto.

La pace, come è noto, non coincide con l'assenza di guerra. Anni fa Samuel Huntington sottolineava gli effetti collaterali della “non-guerra”: i debiti degli Stati non vengono mai ripudiati, né ci sono profonde revisioni delle carte costituzionali. Le istituzioni quindi non si aggiustano alla realtà e custodiscono i vecchi assetti di interesse, come è tanto evidente se si osserva la composizione del Congresso degli Stati Uniti, fino a erodere il senso di democrazia rappresentativa. L'immobile democrazia degli interessi estrania e irrita gli elettori. L'assenza di informazione sulle conseguenze di Brexit e il deserto del voto giovanile, hanno coinciso con lo spostamento del discorso democratico sul piano delle emozioni. E queste ultime in assenza di principi e valori, che per amaro paradosso le guerre rendono evidenti, si costruiscono un antagonista e quindi un nemico alle porte. È così l'identità tra guerra e territorio a dominare la definizione del potere che, incessante, batte il ritmo del news-cycle. Significativamente, anche Russia e Cina sono oggi molto più collaborative sui grandi temi globali – la non proliferazione, la lotta al terrorismo e l’economia globale – di quanto non lo siano sui temi regionali, a cominciare dall’Ucraina e dai mari meridionali della Cina. E in Europa la rivendicazione delle autonomie locali è riemersa con la caduta dell’impero sovietico e ora si rafforza con il disimpegno americano.

Il Trattato di Lisbona ha declinato un’unione sempre più stretta tra i popoli d'Europa, con l’obiettivo di sviluppare la pace, i valori e il benessere dei popoli. Ma i popoli, è la contraddizione degli eventi spagnoli, si possono esprimere solo nelle condizioni delle democrazie e quindi entro le istituzioni degli Stati. Se si vuole rispettare la diversità dei popoli, paradossalmente bisogna adottare la visione di un unico popolo europeo anziché di molti Stati. Sarà d'altronde la strada ovvia per un continente che in questi giorni sta scoprendo di non vivere più all'ombra della potenza americana.

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