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Chi è il vero padre dei bitcoin? Non lo sa neanche lui

assange e wright raccontati da vicino

Chi è il vero padre dei bitcoin? Non lo sa neanche lui

Craig Wright
Craig Wright

Prometeo d’inizio secolo si è incatenato da solo. Aveva la possibilità di guadagnare un miliardo di dollari, di dimostrare di essere il più importante scienziato degli ultimi anni, di essere venerato da una comunità globale che vagheggia il mito della creazione e sotto forma di piccoli pagamenti online fa offerte votive al dio che sta per svelarsi, di essere riconosciuto come il padre di una invenzione epocale quanto la stampa di Gutenberg. Di essere adorato dal mondo reale a cui è sfuggito per trent'anni dove qualcuno immaginava per lui il Nobel ed immense ricchezze.

Non è andata così e un bel libro spiega come e perché non sapremo mai fino in fondo la verità su Craig Wright alias forse Satoshi Nakamoto alias l'inventore del bitcoin, la moneta digitale, e della blockchain, la piattaforma che ne supporta i pagamenti. Chi conosce la materia già sa. Gli altri, la maggioranza di noi ignoranti alfabetizzati alle scuole serali dei social, imparano qualcosa leggendo «La Vita Segreta – Tre storie vere dell'era digitale» scritto da Andrew O'Hagan, edito in Italia da Adelphi. E capiscono meglio il sogno libertario di un mondo senza banche centrali, senza controlli, senza stati, senza un potere precostituito. Un sogno che dà la colpa a questo sistema politico ed economico della crisi e dei crolli e delle bancarotte dell'ultimo decennio.

Gli altri (sempre noi) intuiscono cosa può essere nato il 9 gennaio 2009, giorno della prima «iterazione del codice», e dove si potrebbe arrivare se le teorie di una generazione che oggi ha fra i 45 e 50 anni e ha vissuto la maggior parte della propria vita davanti a un piccolo schermo, si realizzassero.

Si sente però una malinconia più profonda di quella dei replicanti di Blade Runner che non sapranno mai cosa si prova a essere umani. In questo libro sono gli umani a non sapere più cosa provare, uno smarrimento al cui confronto la parabola triste del robot è poca cosa che il recente sequel del capolavoro di Ridley Scott ha pure ridicolizzato. Ma i replicanti possono consolarsi con Philip K. Dick che li aveva capiti decenni fa. Agli umani, O'Hagan, scrittore fiero delle sue origini da cronista che come tale sta alla larga da scoop clamorosi ed esclusive mondiali, lo dice all'inizio: con Internet nulla è più come prima. Tanti lo hanno già detto, lui lo dimostra in duecentoventi fitte pagine.

Non è tanto una questione tecnologica o culturale o politica. È tutte queste cose ma ne prescinde: due dei tre protagonisti di «La Vita Segreta» sono persone vere, una terza non lo è ma alla fine non è meno vera delle prime due.

Vivere con le icone
Nel 2011 O'Hagan diventa biografo fantasma di Julian Assange, fondatore di Wikileaks che ha messo in imbarazzo la politica mondiale fra il 2009 e il 2010 e ancora adesso è considerato da alcuni un profeta della trasparenza per aver svelato operazioni militari e cablo diplomatici a danno soprattutto del governo degli Stati Uniti. Qualche anno dopo lo stesso O'Hagan è contattato per scrivere il libro su Craig Wright, crittografo ed esperto di cybersicurezza che un gruppo di investitori, informatici, un laureato di Princenton, Gavin Andresen, «uno fra i più stimati sviluppatori del core di bitcoin» e addetti ai lavori sparsi nel mondo ha individuato come il mitologico Satoshi Nakamoto, l'inventore della moneta digitale.

Andrew O’Hagan frequenta Assange e Wright per mesi, registra tutto, vive con loro. Nel frattempo usa il nome di un giovane britannico morto a venti anni, Ronald Pinn, per creare una persona online, che si iscrive a Twitter e Facebook ma si spinge pure nel dark web, nei «posti malfamati» della rete dove compra cocaina e armi recapitati in un appartamento vuoto nella periferia di Londra, iscrivendosi a un sito d'azzardo ottiene infine una lettera del fisco, un codice fiscale; passaporti a volontà. Non inizia una storia d'amore in chat perché il suo creatore-scrittore non vuole coinvolgere persone innocenti.

“Oggi nel web il vero e il falso sono sempre più difficili da distinguere, gli strumenti dell'inchiesta e del giornalismo tradizionale non bastano”

 

Mentre Ronald Pinn acquista un'identità, il celebrato Assange e Wright forse mitologico Satoshi, perdono la propria. È il prezzo che pagano due personaggi reali che, scrive O'Hagan, «devono il loro potere e successo a un alto tasso di artificialità» possibile solo grazie al mondo parallelo che è il digitale dove chi vede una perfetta corrispondenza col reale non ne intuisce le potenzialità né gli abissi. Né scorge il paradosso: si va nel web per fuggire dalla realtà ma quando si vuole sparire non si riesce fino in fondo come una volta accadeva nella vita reale. Non puoi sparire nel nulla in una fuga senza fine «senza soldi né patria né diritti» come fece Franz Tunda un secolo fa. Non aiuta Joseph Roth né Kafka e il suo processo «questa gente opera perlopiù nell’ombra, fuori da ogni controllo, e così com’è contrario alla loro natura incriminarsi, gli risulta parimenti innaturale, anche sotto pressione, scriminarsi». A distanza di un secolo rimane solo una parola in comune, l'inquietudine, da riempire in un altro modo.

Oggi nel web il vero e il falso sono sempre più difficili da distinguere, gli strumenti dell'inchiesta e del giornalismo tradizionale non bastano, O'Hagan lo ammette e individua nuovi «tipi umani». Entra nella Rete che pochi davvero conoscono, che si nutre di leggende, miti ma anche di tracce, codici, marcatori temporali e chiavi private che soli possono dimostrare se tu sei chi dici di essere.

Mentre nella superficie di Internet noialtri postiamo gatti, piatti, tramonti, in profondità in posti che si chiamano Silk Road, Agorà, Evolution si compra e vende qualsiasi cosa, «armi d’assalto, proiettili, granate, in offerta anche sicari in crowdsourcing», e poco possono fare i volenterosi sabotaggi dell'Fbi. Si ottiene all’istante e si può essere chi si vuole, riservatezza non vuol dire avere segreti ma essere una persona nuova, diversa. Per i moderatori di queste piattaforme spesso illegali ma in generale per questa generazione di pionieri del web «libertà significa riprendersi il potere dallo Stato, da Dio, dall'Apple, da Freud».

Fra tutti, di solito, è il dottore austriaco il meno disposto a tollerare simili atti di arbitrio, così O'Hagan racconta il collasso di due identità che hanno sfiorato l'onnipotenza. Accade nel passaggio dalla vita in Rete all’incontro reale con un puntuto giornalista dell'Economist, un agguerrito reporter del Guardian o un microfono della Bbc, di converso lo stesso O’Hagan sentirà «le pareti della realtà virtuale premere sul suo taccuino» quando cercherà di capire fino in fondo l’affare Satoshi.

E più dolente sarà proprio la parabola di Wright che sogna di far saltare il banco del capitalismo mondiale ma dice di aver preso in prestito il nome Satoshi da uno «stupido personaggio dei Pokemon» col solo scopo di «far arrabbiare molte persone». Quando Wright annuncia al mondo di essere Satoshi Nakamoto sarà oggetto di quella violenza online che lui conosce bene e attira su di sé e da cui si lascia travolgere senza resistere. Nel mondo dell’innovazione informatica - annota O’Hagan - «affermare il proprio punto di vista significa spesso distruggere chi la pensa diversamente», più in generale «la cultura geek nel suo complesso è incredibilmente caustica: anche un tema che a noialtri può apparire affatto marginale - del tipo, chi dovrebbe recitare la parte della fiamma di Capitan America - sfocia facilmente in minacce di morte».

Non sarà però per questo che Wright prima proclamerà di aver rubato il fuoco agli dei - una moneta digitale che sfugge al Potere centrale - e poi farà di tutto per non assumersene la paternità. Il competente ma sfuggente crittografo che ama il discorso con cui Sartre rifiutò il Nobel, vuole la fama ma la teme più della possibile incriminazione in base alla legge antiterrorismo britannica nel caso fosse il vero Satoshi, l’informatico osannato da studiosi di mezzo mondo.

Più spassoso il resoconto della convivenza di O'Hagan e Assange, del biografo con il suo soggetto che «mangia con le mani, lecca il piatto, non ascolta nessuno», si rifugia in una bella casa della campagna inglese convinto di cambiare il mondo ma di non dovere all'ospite neanche un grazie. «Non mise mai neppure una volta il piatto sporco nel lavandino. Questo non ne farà un Josef Mengele, e però, diamine, la vita è anche questo».

«Quando Assange mi chiese: che ne pensi di Anna Karenina?»
Il racconto di Assange da vicino è inevitabile scontro di umanisti e tecnocrati che ha trovato nella politica non sintesi ma campo di battaglia. Pochi anni prima che movimenti e presidenti vincessero elezioni anche grazie alla propaganda web, in una cucina del Norfolk uno scrittore scozzese sperimentava le difficoltà di raccontare la vita di una icona degli anni Duemila che odia qualsiasi tipo di intermediazione persino quella letteraria. «Che ne pensi di Anna Karenina? Io all'inizio lo vedevo solo come un’enorme perdita di tempo. Ma poi c’è la scena dove il cane si mette a parlare, e ho pensato, ora si che comincia ad avere un senso» dice Assange al suo biografo da cui si aspetta un’opera «manifesto» ma «stile Hemingway».

Questo rifiuto di una narrazione o mediazione, di un qualsiasi mondo in mezzo è ancora più violento ed estremo nella candida confessione di Wright a O'Hagan: «Tengo a poche persone, ma ci tengo tanto. E ho a cuore anche lo stato del mondo. Ma in mezzo non c'è molto».

“Che ne pensi di Anna Karenina? Io all'inizio lo vedevo solo come un’enorme perdita di tempo”

Julian Assange 

La testimonianza di O’Hagan è preziosa perché l'autore quasi coetaneo di Assange non è né contro l'opera di Wikileaks né contro il suo fondatore. Anzi è un britannico nato alla fine dei Sessanta che racconta quale occasione di riscatto e democrazia poteva essere un australiano che prometteva un eclatante atto di disvelamento. Cosa poteva essere, e non è stata, per la sua generazione - cresciuta con Tathcher, Blair, conflitto nordirlandese e Falkland, sciopero dei minatori, deregolamentazione della City e guerra in Iraq - l'operazione Wikileaks.

Se Assange è paradigma contemporaneo di certi vendicatori del web che vogliono spazzare tutto in nome di una impossibile purezza, conforta e diverte che alla fine, nel resoconto di «La Vita Segreta», simile giustiziere si rivela un uomo che pretende di svelare i segreti del mondo ma non sa tenere a bada i propri. Ironico ancor più quando O’Hagan ricorda «qualsiasi azienda di Silicon Valley - Apple o Microsoft o Google o Facebook - si propone non solo di fare soldi, ma anche di mantenere il controllo della narrazione riguardo alla propria identità» attraverso «gli accordi di riservatezza che fanno firmare a tutti i dipendenti, dal fattorino al dottore di ricerca».

Assange si proclama invece hacker «numero 3» mentre Snowden è «il numero 9» (resta al lettore la curiosità del resto del podio) ma non sa confrontarsi con la sua storia né maneggiare l'autobiografia, genere che vede come «forma di prostituzione» e «debolezza», pratica «odiosa» e «ignobile» perfino. «Non sa chi essere», «non sa in cosa credere» scrive O'Hagan di Assange e questo vale anche per Craig Wright, meno per l’avatar Ronald Pinn, l'unico dei tre a cui l'autore riserva un consolatorio finale.

P.S. Il 15 dicembre Julian Assange pubblica questo tweet su Bitcoin

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