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Da 23 Paesi ok alla Difesa comune europea

cooperazione strutturata permanente

Da 23 Paesi ok alla Difesa comune europea

  • –dal nostro corrispondente

BRUXELLES – Ventitrè paesi europei hanno confermato oggi il desiderio di partecipare a una cooperazione rafforzata nel settore delicatissimo della difesa. La firma è avvenuta questa mattina a Bruxelles durante una riunione congiunta dei ministri della Difesa e degli Esteri. L’Alta Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Federica Mogherini ha parlato di «giornata storica». Resta da capire se e quanto i paesi europei riusciranno a superare tradizionali divergenti interessi nazionali.

La clamorosa uscita del Regno Unito dall’Unione, l’instabilità del grande vicinato europeo, le ristrettezze finanziarie provocate dalla crisi economica e debitoria, il nuovo isolazionismo americano sono tutti fattori che hanno indotto i Ventisette a rilanciare la cooperazione militare. Nel 2016, a seguito di una riunione informale a Bratislava, i ministri degli Esteri si sono trovati d’accordo per applicare due articoli dei Trattati (il 42 e il 46) che prevedono l’istituzione di una cooperazione strutturata permanente (PeSCo).

L’atto di notifica da parte di 23 paesi su 27 (il Regno Unito si è escluso da solo) è giunto oggi. Il benestare del Consiglio con un voto a maggioranza qualificata è previsto in dicembre. Tutti i principali paesi della zona euro hanno firmato l'atto di notifica, tra cui la Germania, la Francia, l’Italia e la Spagna. Oltre al Regno Unito, i quattro paesi assenti sono la Danimarca, che ha un opt-out in questo campo, Malta, Portogallo e Irlanda. Quest’ultima dovrebbe rientrare in dicembre, superato un iter politico interno.

«È una giornata storica per la difesa europea» , ha detto Mogherini parlando alla stampa. Questo nuovo strumento «ci permetterà di sviluppare programmi di armamento o facilitare la messa a punto di operazioni esterne». Sessant’anni fa fallì la Comunità europea di Difesa, per la scelta della Francia che si rifiutò di partecipare a un progetto a cui avevavo aderito anche la Germania e i paesi del Benelux. Parigi optò per una politica nazionale della difesa, incentrata sulla force de frappe.

«Dopo 60 anni di attesa, in pochi mesi abbiamo fatto più lavoro e abbiamo percorso più strada di quella che era stata compiuta nei decenni precedenti», ha spiegato a Bruxelles la ministra della Difesa Roberta Pinotti, sottolineando la «spinta forte dovuta a una volontà politica nuova». La ministra ha anche rivendicato il ruolo giocato dall’Italia: «C’è stato il lavoro che abbiamo fatto con Germania, Francia e Spagna per mettere un po’ di benzina» alla cooperazione strutturata permanente.

Sono tre gli ambiti nei quali i 23 paesi dell’Unione si sono detti pronti a collaborare: gli investimenti nella difesa, lo sviluppo di nuove capacità, e la preparazione a partecipare insieme ad operazioni militari. Al di là dei fattori congiunturali appena citati, Brexit è stato un elemento determinante nel decidere di applicare gli articoli 42 e 46 dei Trattati: per decenni Londra ha ostacolato forme di cooperazione nel settore della difesa, per paura di perdere sovranità.

Il Consiglio dovrebbe dare in dicembre il suo benestare con un voto a maggioranza qualificata. La PeSCo si svolgerà su due piani. Il primo è quello politico, a livello di Consiglio, dove si prenderanno le decisioni di indirizzo. Voteranno solo i paesi partecipanti alla PeSCo e le scelte verranno prese all’unanimità (salvo le decisioni sulla sospensione o sull’arrivo di vecchi o nuovi membri, per i quali il voto è a maggioranza qualificata). Il secondo livello riguarda i singoli progetti, raggruppando solo i paesi partecipanti.

«Il Servizio europeo per l'Azione esterna sta già studiando una cinquantina di progetti presentati a Bruxelles», spiega un esponente comunitario. La PeSCo potrà beneficiare di due strumenti. Il primo è la Revisione coordinata annuale della Difesa (nota con l'acronimo CARD), che serve ad analizzare efficienze ed inefficienze nelle spese militari nazionali e quindi europea. Il secondo strumento, finanziario questa volta, è il Fondo europeo per la Difesa, istituito dalla Commissione.

Questo fondo dovrebbe avere a disposizione 5 miliardi di euro e servirà a finanziare progetti concreti. Altro denaro dovrebbe giungere dai bilanci nazionali e dal bilancio comunitario. La Gran Bretagna non parteciperà alla cooperazione rafforzata, ma spera di contribuire da un punto di vista tecnico. «Siamo come un contrafforte pronto a sostenere la cattedrale», ha detto il ministro degli Esteri britannico Boris Johnson con una immagine colorita tratta dall’edilizia gotica del Medio Evo.

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