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Brexit, Marcegaglia: «Da Londra risposte insufficienti»

GLI IMPRENDITORI UE A DOWNING STREET

Brexit, Marcegaglia: «Da Londra risposte insufficienti»

Emma Marcegaglia, presidente di BusinessEurope, all'uscita dal numero 10 di Downing Street (Reuters/Peter Nicholls)
Emma Marcegaglia, presidente di BusinessEurope, all'uscita dal numero 10 di Downing Street (Reuters/Peter Nicholls)

LONDRA - Un mese fa Emma Marcegaglia aveva scritto una lettera al presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk per esprimere i timori su Brexit delle imprese di 34 Paesi che fanno parte da BusinessEurope, organizzazione che guida dal 2013. La preoccupazione principale era la lentezza dei negoziati tra Londra e Bruxelles e la mancanza di chiarezza sulle prospettive future. Da allora la situazione si è fatta ancora più grave. Ieri la Marcegaglia ha guidato la prima delegazione di imprenditori europei a Downing Street, che hanno discusso di Brexit con la premier britannica Theresa May e i suoi più stretti collaboratori. Le abbiamo chiesto le sue impressioni sull'incontro.

Il messaggio degli imprenditori europei è stato chiaro. Come è stato recepito dalla May e dai suoi ministri?

Noi abbiamo dato un messaggio molto compatto, molto netto e molto chiaro: ci siamo detti preoccupati perché non sono stati fatti progressi sulle tre questioni principali e ormai resta poco tempo per avanzare proposte concrete e sbloccare la situazione. Abbiamo detto che il tempo delle parole è finito, ora servono impegni scritti. Purtroppo non abbiamo avuto risposte chiare. Sono stati gentili, c'è stato un bello schieramento di Governo e ci hanno ascoltato per oltre un'ora, ma non abbiamo avuto rassicurazioni sull'intenzione di fare progressi sui tre punti, nessun impegno a proseguire spediti per sbloccare la situazione nelle prossime due settimane. Quindi siamo usciti un po' delusi.

È uscito qualcosa di positivo dall'incontro?

Si, ci ha rassicurato l'impegno a un periodo di transizione che mantenga lo status quo per almeno due anni, restando nel mercato unico e nell'unione doganale. La May ha insistito a chiamarlo “fase di implementazione” e non di transizione, immagino per ragioni di politica interna. E' comunque positivo che ci sia un periodo di transizione di due anni, preferibilmente più lungo, che concede alle aziende il tempo di prepararsi per il futuro. L'incertezza è nemica dell'economia e dei posti di lavoro.

Perché secondo lei la May ha chiesto questo incontro con gli imprenditori europei?

La premier ci ha chiesto di dire ai nostri rispettivi Governi che devono essere più aperti e flessibili, e non chiedere troppo a Londra. Credo ci sia stato un equivoco di fondo, perché la premier sperava di poter contare sul nostro sostegno per accelerare la transizione ai negoziati commerciali, mentre noi abbiamo messo in chiaro che prima bisogna fare progressi concreti sulle tre questioni, soprattutto quella finanziaria. Abbiamo avuto l'impressione che ci sia ancora poco realismo: hanno parlato di accordi commerciali futuri, ma quello che serve ora è un focus sulla situazione reale. Il punto più critico è la mancanza di progressi sulla parte finanziaria. Senza passi avanti da parte di Londra è molto improbabile che la Ue accetti di passare alla seconda fase. Mi sarei aspettata un atteggiamento più concreto, soprattutto dopo l'ultimatum di Barnier.

Aumenta quindi la possibilità di un “no deal”?

Il rischio c'è, purtroppo, e un'uscita dalla Ue senza accordo sarebbe molto negativa sia per la Gran Bretagna che per l'Europa. Una hard Brexit senza rete va evitata a tutti i costi. Come ho detto alla May, è stato già perso un anno, ci sono stati sei round di negoziati con pochi progressi, ma adesso non bisogna sprecare neanche un minuto. Noi siamo pronti a collaborare, offrendo soluzioni concrete in fase di trattative, ma ieri il nostro ruolo è stato di inviare un messaggio chiaro, che spero verrà recepito. L'impressione che abbiamo avuto è che i problemi politici interni pesino molto sui negoziati su Brexit, ma dato che si sta decidendo del futuro della Gran Bretagna speravo, e spero ancora, che alla fine prevalga il buon senso britannico.

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