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Viaggio a Jersey, l’isola del tesoro dove sono custoditi 1.500…

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Viaggio a Jersey, l’isola del tesoro dove sono custoditi 1.500 miliardi

(Reuters)
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Lo capisci a colpo d'occhio che sei finito nella tana del lupo. Scendi dall'aereo e le immagini pubblicitarie che scorrono sulle pareti dell'aeroporto ti raccontano più di qualsiasi altra cosa. Il disegno di un ponte si allarga sullo slogan “Sei pronto per un mondo di opportunità? Visita il sito Ubs”. Più in là un leone ruggisce sul claim “Le tasse sono il nostro territorio”, firmato Fitzroy Tax Services. E poi, “Un nuovo nome è arrivato nel mondo dei servizi fiduciari”: Estera, il nuovo brand della fiduciaria della Appleby. Già, la Appleby, la “madre” dei Paradise Papers. E allora, capisci che sei nel posto giusto. Che sei arrivato a Jersey, l'isola del Canale della Manica diventata il cortile di casa della City di Londra. L'isola del tesoro.

A Jersey ci sono venuti in tanti, come rivelano in questi giorni le carte dei Paradise Papers. È venuta la Apple, quando ha capito che l'Irlanda non poteva garantire i risparmi fiscali assicurati finora. È venuto Bernard Arnault, il patron del gruppo Lvmh, per registrare una società con cui rilevare una lussuosa proprietà nei dintorni di Londra. Ci è arrivato Carlo Bonomi, addirittura nel 1987, per impiantare tre trust con i quali blindare il futuro dei suoi nipoti. E per un trust è arrivata qui anche Edoarda Crociani, proprietaria della Vitrociset. Così come Emilio e Adriano Riva, ex proprietari dell'Ilva, che nell'isola avevano parcheggiato due miliardi di euro custoditi in otto trust.

La cassaforte mondiale
A Jersey ci siamo andati anche noi, due anni fa, per capire perché quest'isola a un tiro di schioppo dalla Francia sia diventata così importante per l'industria finanziaria offshore. Da allora, il ruolo di Jersey si è ulteriormente ingigantito, come hanno dimostrato i Panama Papers e i Paradise Papers.

Dall'aeroporto alla capitale St. Helier ci sono 15 minuti di macchina. Il tragitto è breve, anche se il traffico nell'ora di punta può essere micidiale per via delle strade strette e tortuose che attraversano la campagna. Pascoli, ville signorili, ancora pascoli: non è un caso che Jersey sia stata, un tempo, assai famosa per i suoi allevamenti di mucche e abbia dato il nome a una razza bovina molto rinomata in Inghilterra. Ma le mucche, oggi, non sono più il carburante dell'isola.

L'economia di Jersey è seduta su una cassaforte stipata con quasi 1.500 miliardi di euro (1,3 trilioni di sterline): è questa la ricchezza che Jersey Finance, l'organismo che promuove il centro finanziario offshore, stima venga custodita o amministrata da società e trust dell'isola. Una montagna di soldi impossibile da immaginare, pari al Prodotto interno lordo di Belgio, Svezia, Svizzera, Austria e Grecia messe insieme. Naturalmente non tutti questi soldi sono qui. Anzi, la maggior parte è nelle banche in Svizzera, a Londra, Singapore, Hong Kong. Oppure è costituita da ville, edifici, aerei, yacht, campi da golf, mall, diamanti, opere d'arte e altre proprietà sparse per il mondo ma possedute sulla carta da società domiciliate nell'isola della Manica. Circa 150 miliardi di sterline sono invece depositati nelle banche di St. Helier.

Appleby, il palazzo dei segreti
La baia di St. Aubin è un grande arco di sabbia dove il gioco delle maree è capace di disegnare una spiaggia che penetra per centinaia di metri nel mare della Manica. Da qui la strada sfila fino a St. Helier lungo la Esplanade, che scorre parallela alla marina dove sono ormeggiati decine di yacht. Sulla destra, verso il mare, c'è la stazione degli autobus e proprio di fronte sorge il palazzo grigio-azzurro a tre piani con le insegne della Appleby e della Estera. Da qui sono stati rubati una parte dei segreti finiti nelle mani del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi e poi sui giornali di tutto il mondo.

Le nuvole rovesciano pioggia e vento ma per avere una risposta alla nostra domanda bisogna caminare per le vie del centro di St. Helier e respirarne l'aria.
Superiamo l'edificio della Appleby e svoltiamo a sinistra verso Conway Street. Dopo qualche decina di metri ecco King Street, la via pedonale, elegante, ricca di negozi alla moda, bistrot, banche e gente che passeggia.

Svoltiamo nelle stradine laterali e ci colpisce la quantità di targhette dorate sulle facciate degli edifici che ricordano lo stile delle campagne inglesi o quello coloniale. Sono le stesse targhette che abbiamo visto nella City di Londra: decine, centinaia di società di consulenza fiscale, studi legali, società di wealth management, fiduciarie, trustee, banche, assicurazioni, finanziarie, società di revisione, di gestione di yacht e di aerei di lusso. Qui non ci sono i grattacieli della City ma le assonanze con la capitale della Gran Bretagna sono tante. Troppe.

La fabbrica dei trust
E allora torna alla mente che Jersey è diventata da anni la fabbrica dei trust. Riaffiorano le cifre che gli esperti finanziari ti hanno snocciolato, poco prima, guardandoti pieni di orgoglio dritto negli occhi. Ti ricordi che ci sono 400 miliardi di sterline custodite nei trust registrati nell'isola. Che I fondi d'investimento amministrati a Jersey valgono 319 miliardi di dollari e che il loro valore è cresciuto del 56% dal 2009. Che ci sono 1.195 fondi regolamentati e ve ne sono altri 120 non regolamentati.

Ti rammenti che Jersey è un paradiso fiscale, bancario e societario: un luogo dove si possono anche nascondere ricchezze e identità, sebbene gli abitanti preferiscano definirlo pomposamente “centro finanziario offshore“. Jersey è anche una stazione di transito dei miliardi di euro, dollari e sterline che arrivano nella City e da qui vengono reinvestiti in tutto il mondo. Denaro pulito mescolato con soldi sporchi. Si potrebbe dire che quest'isola verde e tranquilla sia una lussuosa dépendance che consente alla City di Londra di fare affari più discretamente, lontano dai riflettori. E, in effetti, qui la discrezione è tutto.

Jersey è anche un luogo dove la modernità dell'industria finanziaria si mescola con i retaggi della storia. L'isola è una Dipendenza della corona, appartiene cioè alla regina Elisabetta II. Giuridicamente è un “baliato“, un complicato sistema di governo nato nel XII secolo, quando Jersey era un possedimento del duca di Normandia, prima di passare sotto il controllo della corona inglese con il Trattato di Parigi nel 1259. Quell'anno il re d'Inghilterra divenne il Luogotenente-governatore e Balivo delle Isole del Canale.

Negli anni ’70 del secolo scorso, durante i lunghi negoziati per l'adesione alla Comunità europea, la Gran Bretagna cercò in tutti i modi di tenere fuori Jersey dal Trattato di Roma. E ci riuscì. In fondo Jersey non è tecnicamente territorio della Gran Bretagna.

L'industria dei servizi finanziari della piccola isola della Manica, che in quel momento stava muovendo i primi passi, doveva essere libera di agire senza i vincoli europei. L'autonomia fiscale che consentiva agli inglesi più facoltosi di pagare meno tasse se prendevano la residenza nell'isola andava tutelata. Jersey oggi ha mano libera e da qui la City di Londra risucchia una gran quantità di soldi di ricchi individui di tutto il mondo nascosti dietro società scudo o trust.
Dalle case monofamiliari di Saint Helier e delle altre cittadine sparse nella campagna, alle tradizioni familiari, tutto qui ha il sapore dell'Inghilterra, anche se l'isola si trova ad appena 20 chilometri dalla Francia e a 300 da Londra.

Il fisco inesistente
Tra le strade di Saint Helier un ipotetico evasore fiscale ha solo l'imbarazzo della scelta tra le 857 società di gestione di trust, i 33 gruppi bancari con le loro decine di agenzie, le centinaia di studi legali, broker, società finanziarie e di wealth management. E poi, le agenzie immobiliari e di gestione di yacht o di aerei, i consulenti, revisori, mediatori. Qui l’“industria dei servizi finanziari” è praticamente tutto.

Si capisce immediatamente che di soldi ne circolano parecchi e che gli allevamenti di vacche e l'agricoltura non sono certamente l'origine di questa ricchezza. Una fortuna che viene attratta anche dal regime di neutralità fiscale dell'isola: a Jersey non si pagano imposte sui trasferimenti di capitali, sui capital gain, non si paga l'Iva e non ci sono ritenute d'acconto né tasse sulla ricchezza. Difficile trovare di meglio a 50 minuti di aereo da Londra.

L'uomo che più di ogni altro conosce i segreti di Jersey è John Christensen, fondatore del Tax Justice Network, un'organizzazione che da anni si batte per un sistema fiscale internazionale più equo. Christensen lavorava per l'industria dei servizi finanziari dell'isola. Poi, un giorno, ha capito a cosa serviva quel sistema che gli pagava lo stipendio. Ha compreso che il giro di soldi che si riversavano nelle banche di St. Helier provenivano in gran parte dall'evasione e dall'elusione fiscale internazionale e si è ribellato. Ha dovuto lasciare Jersey e oggi è il vero motore di un network internazionale che cerca di riportare un po' più di giustizia fiscale nel mondo.

Christensen ha descritto più volte il delicato rapporto tra Jersey e la Gran Bretagna. Londra cerca di tenere formalmente le distanze dall'isola ma in realtà esercita un potere di dissuasione molto forte sulle autorità locali. È questa “distanza” che consente alla Gran Bretagna di poter dire alla comunità internazionale che Jersey è un'isola autonoma e che le sue politiche fiscali non vengono decise a Londra.

In realtà Jersey consente ai ricchi cittadini di Sua Maestà di trovare una valvola di sfogo utile per ridurre drasticamente il pagamento delle tasse. Le imprese e gli individui più facoltosi possono negoziare con le autorità di Jersey la loro aliquota fiscale e portare ogni anno nell'isola la quantità di soldi che consente loro di versare esattamente la cifra che si sono impegnati a pagare al fisco locale. Un po' come accade in Svizzera.

Ottavo paese al mondo per Pil pro capite
Jersey è lunga 18 chilometri e larga cinque, è grande 119 chilometri quadrati – poco più della metà dell'isola d'Elba - conta circa 90mila abitanti ed è l'ottavo paese al mondo per Pil pro capite, dunque è ricchissimo. Lo stipendio medio di un impiegato è di 3.500 euro al mese.
Ci lasciamo alle spalle i banchieri e consulenti in gessato blu che cercano un posto per lo spuntino della pausa pranzo a King Street e imbocchiamo New Street.

Ci imbattiamo in una filiale della Bank of India e ci chiediamo perché la banca di un paese con 1,3 miliardi di abitanti debba avere una sede in un'isola con 90mila persone. Voltiamo lo sguardo e la risposta è proprio di fronte, sull'altro marciapiede di New Street, dove la solita targhetta dorata ci segnala il luogo dove sono arrivati anche gli investigatori della Guardia di Finanza italiana, seguendo il filo dei quasi due miliardi di euro che la famiglia Riva, proprietaria dell'Ilva di Taranto, aveva occultato in otto trust gestiti dalla Ubs Trustee di Jersey.

L'edificio della Ubs al numero 28 di New Street, in pieno centro di Saint Helier, sorge accanto agli uffici di diverse altre società di gestione di trust. New Street è una strada tranquilla, ciò che occorre per garantire la massima discrezione. Nessuno direbbe che in questo edificio della Ubs siano nascosti segreti così importanti. Segreti e soldi, anche se il più delle volte il denaro resta depositato, come abbiamo visto, in Svizzera o in altri paradisi fiscali come le Isole Vergini Britanniche, le Cayman o Singapore. Jersey è un hub dal quale i patrimoni possono prendere infinite direzioni, dietro il paravento di società scudo con azioni al portatore, come accade a Panama. Ma i legami con la City di Londra sono privilegiati.

Torniamo indietro e raggiungiamo la piccola piazzetta dove sorge l'austero edificio della Royal Court of Jersey, che dal tredicesimo secolo amministra la giustizia nell'isola. In questo palazzo di un piano gli italiani li conoscono bene. In pochi mesi hanno dovuto affrontare due delicati procedimenti legali che sono finiti sulle prime pagine dei giornali. Il primo ha avuto al centro lo sblocco e l'invio in Italia di 1,2 miliardi di euro della famiglia Riva custoditi nei trust amministrati nell'isola. Il secondo riguarda la contesa che ha diviso la famiglia Crociani, erede dell'ex presidente di Finmeccanica Camillo Crociani, coinvolto negli anni 70 nello scandalo Lockheed. La vicenda è raccontata anche nei Paradise Papers ed è storia di questi giorni.

Di fronte alla Royal Court una targa ricorda l'occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale. In effetti Jersey è stato l'unico luogo della Gran Bretagna dove i nazisti sono riusciti a mettere piede. La liberazione dagli invasori è una ricorrenza celebrata ogni anno nell'isola.

L’hub della finanza offshore
Saliamo all'Hotel de France, sulla collina oltre il mercato coperto, dove è in corso un workshop sul ruolo di Jersey tra i centri finanziari offshore. Circa duecento esperti e professionisti dei paradisi fiscali sono arrivati per sentire le ultime novità in tema di gestione delle ricchezze finanziarie. Tra i relatori ci sono anche i responsabili di Jersey Finance. Sono felici dei risultati raggiunti. Raccontano che attraverso Jersey passano 188 miliardi di investimenti esteri diretti nell'Unione europea, che la metà dei posti di lavoro dell'isola è concentrata nell'industria finanziaria.

La platea ascolta attenta e annuisce. Nessuno tra loro osa mettere in dubbio l'importanza del sistema finanziario offshore. Vista da qui, la faccenda ha solo aspetti positivi: porta ricchezza e lavoro. Che importa se le banche e i trust di Jersey drenano denaro prezioso per le economie dei paesi vicini. L'importante è non mettere mai in dubbio i fondamenti dell'economia offshore. Chi lo fa è costretto ad andarsene dall'isola. Lo capisci perché, quando fai domande scomode, vedi il terrore e l'imbarazzo dipingersi negli occhi dei tuoi interlocutori. Tutti sanno ma nessuno parla. In Italia si chiamerebbe omertà. E allora una sensazione claustrofobica ti avvolge. Ed è netto il contrasto tra ciò che senti e la bellezza sconvolgente di quest'isola.

“Jersey, hub dell'industria finanziaria offshore”, declamava un cartellone sui muri dell'aeroporto. Già. I Paradise Papers dimostrano che spesso la pubblicità non mente.

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