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Primo sì alla difesa comune Ue

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Primo sì alla difesa comune Ue

  • –Beda Romano

bruxelles

Ventitrè Paesi europei hanno confermato ieri qui a Bruxelles in una riunione congiunta dei ministri degli Esteri e della Difesa il desiderio di partecipare a una cooperazione rafforzata nel settore della difesa. La nuova storica collaborazione dovrebbe concretizzarsi in progetti nei campi dell’industria, dell’addestramento truppe e del rapido dispiegamento militare nelle zone di crisi. Una prima selezione è già in corso a livello tecnico. Tra le ipotesi, la nascita di un drone europeo.

L’instabilità del grande vicinato europeo, le ristrettezze finanziarie provocate dalla crisi economica e debitoria, il nuovo isolazionismo americano sono tutti fattori che hanno indotto i Ventisette a rilanciare la cooperazione militare applicando due articoli dei Trattati (il 42 e il 46) che prevedono l’istituzione di una cooperazione strutturata permanente (PeSCo). A giocare è stata anche l’uscita del Regno Unito, un Paese che per decenni ha bloccato la cooperazione in campo militare.

Dopo l’atto di notifica di 23 Paesi su 27 (il Regno Unito si è escluso da solo), il benestare del Consiglio con un voto a maggioranza qualificata è previsto in dicembre. Tutti i principali Paesi della zona euro hanno firmato l’atto di notifica, tra cui la Germania, la Francia, l’Italia e la Spagna. Oltre al Regno Unito, i quattro assenti sono la Danimarca, che gode di opt-out in questo campo, Malta, Portogallo e Irlanda. Quest’ultima dovrebbe rientrare in dicembre, superato un iter politico interno.

«È una giornata storica per la difesa europea», ha detto Federica Mogherini, Alta Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza. Questo nuovo strumento «ci permetterà di sviluppare programmi di armamento o facilitare la messa a punto di operazioni esterne». Nel 1954 fallì la Comunità europea di Difesa, per scelta della Francia che si sfilò da un progetto a cui avevano aderito la Germania, l’Italia e il Benelux. Parigi optò per una politica nazionale della difesa, incentrata sulla force de frappe nucleare.

«Dopo 60 anni di attesa, in pochi mesi abbiamo fatto più lavoro e abbiamo percorso più strada di quella che era stata compiuta nei decenni precedenti», ha spiegato la ministra della Difesa italiana, Roberta Pinotti. Dal canto suo, il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha ricordato che la nuova cooperazione è «uno strumento essenziale anche per la politica estera comune perché è difficile essere forti in politica estera senza uno strumento militare a presidio della politica estera».

Un gruppo di lavoro tecnico sta già studiando una cinquantina di progetti. Entro fine novembre, una prima scrematura dovrebbe essere conclusa nei campi dell’industria, dell’addestramento in comune di truppe, e del dispiegamento di forze nelle aree di crisi. In cima alla lista c’è l’idea di creare un drone europeo. «Si sta anche lavorando a piani che permettano il supporto medico-sanitario in casi di emergenza», spiega un esponente comunitario.

L’iniziativa di ieri dovrà fare i conti con perduranti e divergenti interessi nazionali. Come ha detto la signora Mogherini, la decisione «è solo un inizio. L’impegno ora sarà concretizzare una decisione politica e istituzionale». L’Alta Rappresentante ha però notato che con il passaggio di ieri «è stato rotto un tabù». La PeSCo potrà contare sul Fondo europeo per la Difesa, istituito dalla Commissione e dotato dal 2020 in poi di 5,5 miliardi di euro all’anno (si veda Il Sole 24 Ore dell’8 giugno).

Su altri versanti, i Ventotto hanno deciso di adottare contro il Venezuela un embargo sulle armi nel tentativo di e sortare il governo al dialogo con l’opposizione, dopo le repressioni dei mesi scorsi. È la prima volta che l’Unione prende decisioni di questo tipo contro un Paese latinoamericano. Sul fronte libanese, la signora Mogherini ha chiesto che non vi si sia «alcuna interferenza esterna». Lo sguardo corre all’Iran e all’Arabia Saudita, accusati di ingerenza nel governo del Paese dopo le dimissioni del premier libanese Saad Hariri.

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