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Da Bachelet a Piñera: in Cile un addio e un (probabile)…

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Da Bachelet a Piñera: in Cile un addio e un (probabile) ritorno

Sebastian Pinera (Epa)
Sebastian Pinera (Epa)

È stata l’icona di un Cile nuovo, democratico e progressista. Il potere del suo sorriso, la storia della sua famiglia, il padre vittima della dittatura di Pinochet e la sua onestà politica le garantiranno, così pare, la segreteria generale dell’Onu. Michelle Bachelet, 66 anni, termina il mandato presidenziale e, secondo i sondaggi, il suo successore sarà Sebastian Piñera, 67 anni, imprenditore milionario. È l’avversario politico con cui si è alternata alla guida del Paese dal 2006 a oggi. Non le dovrebbe riuscire il passaggio di testimone ad Alejandro Guillier, 64 anni, sociologo e senatore, depositario di ciò che resta del centro sinistra cileno: gli istituti di rilevazione del voto prevedono che non raggiunga il 25 per cento. Piñera invece, già presidente tra il 2010 e il 2014, dovrebbe incassare il 45% di consensi. Il ballottaggio, tra un mese, il 17 dicembre.

Cile al voto con il centrosinistra diviso, Pi era favorito

Istruzione, pensioni e migrazione sono i temi su cui si è giocata la campagna elettorale tra Guillier e Piñera, i due favoriti, con le incursioni mediatiche di Beatriz Sanchez , giornalista, 46 anni, espressione di una sinistra più tradizionale (valutata attorno all’8%) e José Antonio Kast, avvocato di estrema destra, che con il 6% di possibili elettori, pochi giorni fa è stato capace di dire: «Se Pinochet fosse ancora vivo mi voterebbe». È quella che il Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa definisce destra “cavernicola”, i cui slogan inquietanti hanno favorito Piñera che, pur ultraliberista, si è ritagliato un ruolo di moderato, apprezzato sia a destra sia a sinistra.

FOTOGRAFIA DI UN CONTINENTE
Le previsioni di crescita Fmi per i Paesi dell'America del Sud. Variazione % annua (Fonte: Fondo monetario internazionale, ottobre 2017)

Il crac dei fondi pensione
L’economia langue, nel 2016 la crescita del Pil è stata fiacca, dell’1,6% e nel 2017 dell’1,4%. Troppo poco per un Paese di 17milioni di abitanti con straordinarie ricchezze naturali e un tasso di istruzione tra i più elevati d’America Latina.

struzione, dicevamo. Quella cilena ha fama d’essere di ottimo livello, ma troppo elitaria. Un laureato entra nel mercato del lavoro con 30 o 40mila dollari di debito da restituire alle banche che gli hanno erogato il prestito scolastico per accedere alle prestigiose università di Santiago. L’idea di Bachelet è quella di istituire e rafforzare un impianto di scuole e università pubbliche di qualità. L’obiettivo della riforma è quello di creare un sistema di “Nuova pubblica istruzione”. Così è stato definito e comunicato. La legge prevede l’istituzione progressiva fino al 2030 di 70 servizi locali che si faranno carico della responsabilità delle scuole locali del Paese al posto dei comuni. Una sorta di rimodulazione delle competenze amministrative che dovrebbe dare più risorse e più forza al settore educativo pubblico.

Nel suo discorso durante la promulgazione al palazzo de La Moneda, Bachelet ha affermato che il nuovo sistema contiene «una nuova visione dell’equità, della responsabilità dello Stato, del decentramento e, soprattutto, del lavoro pedagogico», che garantisce «una politica nazionale senza differenze che dividono le opportunità che ognuno può ricevere».

La previdenza è l’altro settore critico.

Il mito dei fondi pensione cileni, osannato negli anni Novanta da tutti i media internazionali, si è sgretolato in seguito a fattori demografici ed economici. Pensati dagli economisti americani ultraliberisti, i Chicago boys, i fondi pensione sono stati osservati con attenzione da economisti e politici mezzo mondo ma l’esito è stato catastrofico. L’errore consiste nella sovrastima della capacità di contribuzione: le pensioni pagata dal sistema Afp (quello dei fondi pensioni) sono state in media di 100 dollari al mese e il 50% di chi ha aderito non arriva neppure alla pensione minima costringendo lo Stato a integrarle. Da qui la necessità di intervenire con fondi pubblici che mitigassero i disastri sociali ed economici dell’esperimento. Anche perché il sistema Afp prevedeva 20 anni di contribuzione che nessuno è riuscito a sommare. Solo il 10% di chi ha aderito ai fondi è stato in grado, negli ultimi due decenni, di effettuare versamenti regolari dodici mesi all’anno.

Un Paese strano il Cile, dice Constanza Michelson, psicoanalista di Santiago. «Imponenti manifestazioni di piazza hanno chiesto un sistema educativo meno elitario e pensioni pubbliche più dignitose, ma poi, stando ai sondaggi, il candidato di sinistra verrà battuto da uno di centrodestra». Forse l’errore è stato di comunicazione politica: «Il governo di Bachelet non ha intercettato la classe media. Si è ammantato di un’etica/estetica del buon gusto, ha esaltato princìpi ecologici e solidali e si snobisticamente allontanata dai consumi. Che invece interessano ai cileni. E Piñera ha saputo promettere e, forse, far sognare i cileni».

Infine la migrazione. Il Cile patisce l’arrivo di decine di migliaia di migranti da Haiti, Venezuela, Perù e Argentina e ciò ha alimentato le preoccupazioni della gente, spesso strumentalizzate dai partiti. La congiuntura economica fiacca di molti Paesi latinoamericani, che in qualche caso assume le proporzioni di crisi umanitaria, è causa della migrazione verso il Cile, geograficamente “protetto” dalle Ande e dal Pacifico.

Ma le crisi umanitarie, si sa, scavallano i confini orografici e spesso determinano nuovi equilibri politici in Paesi terzi. Europa docet.

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