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Così Londra si prepara al post Ema: ridurre i rischi di una…

Dal 1995 la gran bretagna ha ospitato l’agenzia

Così Londra si prepara al post Ema: ridurre i rischi di una “hard Brexit”

La sede del’’Ema a Londra (Ap)
La sede del’’Ema a Londra (Ap)

LONDRA - Per le città europee in lizza per essere la nuova sede dell'Ema l'incertezza è durata fino a oggi, quando intorno alle 18 Amsterdam ha vinto al sorteggio la gara con Milano. Londra invece è sicura da tempo di una cosa: quale che sia l’esito di Brexit, avrebbe perso il diritto a ospitare l'Agenzia europea del farmaco, perdendo oltre al prestigio anche 900 posti di lavoro. «Londra è stata orgogliosa di ospitare l'Ema dal 1995, - afferma Elliott Dunster, responsabile delle relazioni esterne dell'Association of the British Pharmaceutical Industry. - La Gran Bretagna ha svolto un ruolo cruciale nella creazione del sistema europeo di regolamentazione dei farmaci, poi ottimamente gestito da Ema».

Il Governo britannico ha assicurato che, anche dopo Brexit, intende continuare una stretta cooperazione con la Ue nel campo della scienza, della medicina e dei farmaci. In settembre ha pubblicato una “position paper” sulla scienza e l'innovazione per indicare la disponibilità a mantenere una partnership fattiva anche dopo il 2019.

Nonostante le belle parole e le buone intenzioni, però, nel settore c'è molta preoccupazione per le conseguenze di Brexit e soprattutto per lo stallo nei negoziati tra Londra e Bruxelles, dato che l'industria farmaceutica non lavora last minute ma fa progetti e investimenti di lungo termine. Assorbito il colpo della perdita dell'Ema, il settore farmaceutico britannico non intende rassegnarsi a un altro, ben più grave colpo: una “hard Brexit” che rischia di avere conseguenze molto negative.

«Il settore in Europa è fondato su una stretta integrazione e cooperazione, - spiega Dunster. – Basti pensare che ogni mese oltre 82 scatole di medicine viaggiano dalla Gran Bretagna all'Europa e viceversa. Per questo è necessario ribadire la necessità di progressi concreti verso un accordo transitorio e di lungo termine sulla sicurezza, produzione e regolamentazione dei farmaci».

Le imprese del settore sono unite a livello europeo nel chiedere passi avanti al Consiglio europeo di dicembre. Senza progressi concreti a breve, il rischio è che in Gran Bretagna un numero sempre maggiore di imprese del settore siano costrette ad attivare piani di emergenza.

I piani di emergenza in gran parte dei casi comportano trasferire impianti di produzione e personale dalla Gran Bretagna a un Paese Ue, con un ovvio impatto negativo sull'economia britannica. GlaxoSmithKline, numero uno del settore, ha fatto sapere che avvierà i piani di emergenza a fine anno, se non ci saranno progressi. AstraZeneca ha creato un team che si occupa solo di Brexit.

Nessuno in Gran Bretagna pensa che Brexit porti al crollo di un settore così forte e radicato, che può contare su centri di eccellenza accademica come Cambridge, Oxford e Londra e su una vastissima rete di centri di ricerca specializzati, con finanziamenti di venture capital record per le biotecnologie e l'innovazione. Il rischio però è creare una rottura nelle supply chain, creando problemi del tutto evitabili con inevitabili ricadute su malati, pazienti e cittadini.

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