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L’Ema ad Amsterdam, l’Eba a Parigi: se in Europa decidono…

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L’Ema ad Amsterdam, l’Eba a Parigi: se in Europa decidono le «buste»

(Ap)
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L'Unione europea delle «buste». Una procedura incomprensibile. Un misto di democrazia assembleare e «Giochi Senza Frontiere». Amsterdam si aggiudica l’Ema per sorteggio e poco dopo l’Eba va a Parigi. Milano e Dublino sconfitte non per carenze organizzative o l’incapacità di presentare il progetto ma dalla sorte. Per settimane, si è temuto che la ragion politica prevalesse sulla ragione industriale. E già – se fosse prevalsa ai voti Bratislava per la domanda di maggiore rappresentanza fra le agenzie dei Paesi dell’Est o avesse avuto la meglio ai voti un Paese del Nord Europa – ci sarebbe stato da ridire. Invece, no. La migliore candidatura – Milano, nella oggettività delle cose – è stata affossata per la decisione – concepita da chissà quale sinedrio di euroburocrati e di eurodeputati – di affidarsi alla sorte.

Il miglior sistema industriale nazionale della farmaceutica, ormai non distante dagli standard tedeschi per dimensione, superiore per progressione negli ultimi sei anni dell’export. Uno dei migliori sistemi di economia della conoscenza, tanto che la metà dei farmaci attualmente al vaglio dell’Ema è stato concepito da imprese, centri studi e università milanesi. Tutto questo non è bastato. L’Unione europea non ha una politica fiscale comune, non ha un bilancio comune, non ha un esercito comune. Ha però due «buste», due bussolotti, per la precisione, simili a quelli che si utilizzano per il gioco del Lotto. Un finale di partita per l’Ema e per l’Eba fra il ridicolo e il drammatico. Ma, anche, un finale che getta ombre sul futuro dell’Unione europea. Appeso, appunto, alle buste.

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