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Manson e l’«Helter Skelter»: quando il diavolo si chiamava…

la morte del guru assassino

Manson e l’«Helter Skelter»: quando il diavolo si chiamava Charlie

Charles Manson (Ap)
Charles Manson (Ap)

C’è stato un tempo in cui il diavolo per gli americani si chiamava Charlie. Con quel diminutivo da strisce a fumetti i marines al fronte indicavano il nemico vietnamita, una non meglio identificata entità che, in qualsiasi momento, nel bel mezzo della giungla si sarebbe potuta manifestare per uccidere. Ma Charlie era anche il nomignolo con cui, sulle colline disabitate sopra Los Angeles, veniva chiamato Charles Miles Manson, un ex pappone che entrava e usciva di galera, si era convertito alla causa hippie, aveva fondato una comune e aveva provato a fare fortuna come autore di canzoni. Senza tuttavia trovar fortuna, circostanza che costerà la vita a sette vittime innocenti.
Manson, scomparso la notte scorsa all’età di 83 anni, una buona metà dei quali passati in carcere, per una certa generazione di americani rappresentava l’incarnazione del Male assoluto. Nessun massacro del Novecento ha segnato così nel profondo l’immaginario collettivo a stelle e strisce come quello di Cielo Drive. Neanche la strage di San Valentino. Quest’ultima, tutto sommato, era la solita storia di ambizione, volontà di predominio e controllo del territorio. Roba da gangster, insomma. Al Capone te lo spiegavi, Manson no. A Cielo Drive, una manciata di giorni prima di Woodstock, alcuni frutti del Flower Power - quella rivoluzione generazionale che ambiva a cambiare il mondo con pace, amore e musica - si scoprirono improvvisamente marci. Erano pezzi dell’immaginario collettivo anni Sessanta le vittime di quell’eccidio e lo sarebbero diventati anche i responsabili. Da un lato innanzitutto Sharon Tate, la bellissima moglie di Roman Polanski, per giunta incinta, trucidata a colpi di coltello. Dall’altra il guru con la sua Family, quelle amicizie altolocate che comprendevano pure il batterista dei Beach Boys Dennis Wilson.

Musicista suprematista
Giusto il pallino della musica doveva venire a Manson. Sin dalla più tenera età, ne aveva combinate più di Carlo in Francia. Figlio di una prostituta, prese il cognome di un operaio con cui la madre conviveva (e che cognome: Manson, come il Figlio dell’Uomo biblico). Giovinezza piena di reati comuni, in primis lo sfruttamento della prostituzione, e puntate nelle patrie galere, dove impara a suonare la chitarra e matura idee confuse all’insegna del suprematismo bianco.

Esce di galera che è esploso il Flower Power e lui se ne fa interprete a suo modo: sulle colline di Hollywood costituisce la Family, una comune di hippie che vive di piccoli crimini e accattonaggio, si innamora della musica dei Beatles, prova a diventare una rockstar. Come musicista non è un granché, ma in compenso ha un talento raro quando si tratta di manipolare le persone con il suo vago misticismo hippie.

Charlie don’t surf
Tenta la carta dell’amicizia con Dennis Wilson, approfittando di un momento di debolezza di quello che probabilmente era il meno dotato nella band di Pet Sounds. Il 1968 potrebbe essere l’anno della svolta: grazie a Dennis conosce Terry Melcher, figlio di Doris Day a lavoro per la Columbia Records che lo sottopone a una serie di provini. I Beatles intanto pubblicano il White Album, un disco epocale che lo segna profondamente.

Ma il provino andrà male e, un anno più tardi, il capolavoro dei Fab Four, con le canzoni Helter Skelter e Piggies, ispirerà la carneficina nella villa che, fino a qualche mese prima, era appartenuta proprio a Melcher. Avrebbe dovuto essere una spedizione punitiva, ma colpì gli obiettivi sbagliati. Avrebbe dovuto innescare una spirale di violenza destinata a portare i neri al potere, apocalisse dalla quale sarebbe nato il mondo nuovo controllato dal Santone, ma fu soltanto l’inizio della fine per la Family. E per quel diavolo con una rudimentale svastica incisa sulla fronte che, di lì a poco, sarebbe finito su t-shirt che mescolavano il massacro di Cielo Drive alla guerra in Vietnam, Apocalypse Now e i Clash. Con una scritta: «Cherlie don’t surf». Charlie non fa surf. Benvenuti in America.

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